Board of Peace: quando la diplomazia diventa un abbonamento premium
Il progetto del “Board of Peace” lanciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nasce come una proposta ambiziosa e, nelle intenzioni dichiarate, risolutiva: un nuovo organismo internazionale incaricato di supervisionare la ricostruzione di Gaza e, più in generale, di intervenire nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Ma fin dalla sua presentazione ufficiale, avvenuta il 22 gennaio al World Economic Forum di Davos, l’iniziativa ha sollevato diffidenze, resistenze e un’ondata di rifiuti che ne hanno messo in discussione non solo l’efficacia, ma anche la legittimità politica e giuridica.
La maggior parte dei Paesi europei ha scelto di non aderire. Alcuni hanno respinto apertamente l’invito, altri hanno risposto con formule diplomatiche che rimandano la decisione a un indefinito “esame della proposta”, ma il segnale complessivo è chiaro: il Board of Peace non convince. All’interno dell’Unione Europea, solo Ungheria e Bulgaria hanno accettato formalmente di farne parte, mentre altri governi, tra cui quelli di Francia, Spagna, Regno Unito e Polonia, hanno espresso riserve profonde. Paradossalmente, questa cautela collettiva appare come una dimostrazione di unità maggiore rispetto a quella mostrata nel 2003, quando l’Europa si spaccò sull’invasione dell’Iraq voluta da George W. Bush.
La Francia è stata tra i Paesi più espliciti nel motivare il proprio rifiuto. Parigi ha dichiarato che il consiglio proposto da Trump “va oltre il quadro di Gaza” e solleva interrogativi seri sui principi fondanti del sistema delle Nazioni Unite, in particolare sulla struttura e sull’autorità del Consiglio di Sicurezza. In altre parole, il timore è che il Board of Peace rappresenti un tentativo di aggirare o svuotare dall’interno l’architettura multilaterale costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Un sospetto rafforzato dal fatto che lo statuto del nuovo organismo non menzioni esplicitamente Gaza né preveda una durata temporale limitata, a differenza di quanto stabilito dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che aveva concepito un’amministrazione di transizione destinata a sciogliersi una volta completate le riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Il documento firmato da Trump, invece, estende il mandato del Board a qualsiasi “area colpita o minacciata da conflitti” e stabilisce che l’organismo potrà sciogliersi solo quando il presidente degli Stati Uniti lo riterrà “necessario o appropriato”. Una clausola che concentra un potere enorme nelle mani di un solo attore e che ha allarmato diplomatici e giuristi. A questo si aggiunge una governance fortemente personalizzata: Trump si autonominerà presidente del consiglio, avrà il potere di scavalcare le decisioni degli altri membri e potrà nominare il comitato esecutivo. La trasparenza finanziaria non è garantita, ma resa facoltativa, con la possibilità di aprire conti “se necessario”, una formulazione che lascia ampi margini di discrezionalità.
La scelta di includere la Russia nel Board, nel pieno della sua invasione su vasta scala dell’Ucraina, ha ulteriormente rafforzato l’impressione che l’iniziativa ignori o relativizzi i principi della Carta delle Nazioni Unite, in particolare il divieto di violare i confini sovrani. Al tempo stesso, Donald Trump ha deliberatamente escluso la Danimarca, storico alleato degli Stati Uniti, a seguito delle tensioni diplomatiche legate alle sue dichiarazioni sulla Groenlandia, che aveva minacciato di “prendere” anche con la forza. Un’esclusione che ha assunto il valore di una ritorsione politica, segnalando come l’adesione al Board possa diventare uno strumento di pressione più che di cooperazione.
Secondo diversi osservatori, dietro l’operazione si nascondono motivazioni che vanno ben oltre la ricostruzione di Gaza. Angelos Syrigos, professore di diritto internazionale all’Università Panteion di Atene, interpreta il Board of Peace come una mossa dettata da esigenze di politica interna statunitense. Trump, sostiene Syrigos, ha bisogno di una grande vittoria simbolica in politica estera in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Dopo un primo anno di mandato segnato da difficoltà sul fronte interno, il presidente ha cercato di presentare come successi una serie di azioni controverse, dal sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro ai bombardamenti contro l’Iran, fino ai tentativi di mediazione nella guerra in Ucraina. Il Board of Peace si inserirebbe in questa strategia di auto-narrazione, come un’operazione capace di proiettare l’immagine di un leader globale risolutivo.
Ma l’iniziativa ha anche un evidente risvolto economico. Trump ha chiesto ai membri del consiglio un contributo di un miliardo di dollari ciascuno per un’iscrizione a vita, senza specificare in modo chiaro come verranno utilizzate queste risorse. La presenza di Jared Kushner, genero del presidente, nel consiglio esecutivo ha alimentato sospetti di conflitti di interesse e di una gestione opaca. “Come funzionerà davvero questa cosa? Saranno Trump e suo genero a gestirla?”, si chiede Syrigos, dando voce a un interrogativo diffuso in molte cancellerie.
Per Catherine Fieschi, politologa e ricercatrice presso l’Istituto Universitario Europeo, il Board of Peace risponde a una logica geopolitica ancora più ampia. Trump, sostiene, starebbe deliberatamente cercando di riunire le cosiddette potenze intermedie in un quadro controllato dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di indebolire la loro capacità di agire in modo autonomo e di costruire forme alternative di multilateralismo. L’eterogeneità dei Paesi invitati – che spaziano dal Vietnam alla Mongolia, dalla Turchia alla Bielorussia – ricorda da vicino la “coalizione dei volenterosi” messa insieme da Bush nel 2003 per l’invasione dell’Iraq, un insieme di Stati accomunati più dalla convenienza politica che da una visione condivisa.
Secondo Fieschi, l’obiettivo non è creare un multilateralismo più efficace, ma impedire che le potenze medie possano coordinarsi al di fuori dell’ombrello statunitense. Questa interpretazione si inserisce in un contesto più ampio di tensione sul futuro dell’ordine internazionale, emerso chiaramente a Davos con il discorso dell’allora primo ministro canadese Mark Carney. In quell’occasione, Carney aveva invitato i Paesi “di mezzo” a non limitarsi a competere per il favore delle grandi potenze, ma a unirsi per creare una “terza via” basata su legittimità, regole e cooperazione flessibile. Aveva parlato apertamente della “rottura dell’ordine mondiale” e dell’avvento di una realtà geopolitica brutale, priva di vincoli. La reazione di Trump fu immediata: l’invito del Canada al Board of Peace venne ritirato, un gesto letto da molti come una risposta diretta a quella visione alternativa.
La Cina, che da anni si presenta come sostenitrice di un mondo multipolare e come difensore di un ordine internazionale non egemonico, ha rifiutato senza esitazioni l’invito. Pechino ha ribadito il proprio impegno a salvaguardare il sistema internazionale con le Nazioni Unite al centro, prendendo le distanze da qualsiasi iniziativa che possa minarne l’autorità. Anche l’ONU stessa ha reagito con evidente freddezza. Il segretario generale António Guterres ha ricordato pubblicamente che solo il Consiglio di Sicurezza ha l’autorità, conferita dalla Carta, di agire per conto di tutti gli Stati membri in materia di pace e sicurezza, e che nessun organismo ad hoc può imporre decisioni vincolanti su questi temi. Pur invocando una riforma del Consiglio di Sicurezza per renderlo più rappresentativo dell’attuale equilibrio di potere globale, le sue parole sono state lette come una critica implicita al progetto di Trump.
In questo contesto, il Board of Peace appare meno come una soluzione innovativa ai conflitti e più come un tentativo di ridefinire le regole del gioco internazionale a vantaggio di Washington e del suo presidente. L’idea di far pagare una quota di ingresso, paragonata da Fieschi a quella di un golf club esclusivo, rafforza la percezione di un’iniziativa che mescola geopolitica, interessi economici e personalizzazione del potere. Se si trattasse di un contributo chiaramente destinato alla ricostruzione di Gaza, osserva la politologa, l’opposizione sarebbe probabilmente minore. Ma così com’è, la proposta ha il sapore di una motivazione oligarchica più che di un progetto di pace.
Alla fine, tento conto che Donald Trump dal 2029 non sarà più alla Casa Bianca, il Board of Peace rischia di diventare il simbolo di una fase di transizione disordinata dell’ordine globale, in cui le grandi potenze cercano di imporre nuove architetture istituzionali senza il consenso necessario a renderle legittime.
Il rifiuto di molti Paesi europei, la presa di distanza della Cina e le riserve espresse dalle Nazioni Unite indicano che, almeno per ora, l’idea di un organismo guidato da Trump e alternativo all’ONU non trova terreno fertile. Più che colmare un vuoto di governance, il Board sembra aprirne uno nuovo, alimentando la frammentazione e la sfiducia in un momento in cui la cooperazione internazionale sarebbe più necessaria che mai.