Nel suo nuovo romanzo, Daniele Civinini rievoca una Roma fatta di connessioni intime e segrete, nate tra nickname, modem lenti e parole sussurrate. Un viaggio nella memoria collettiva di una generazione che ha costruito legami veri, prima che i social trasformassero l’online in vetrina.

 

 

“Abbracciami, Roma” è pieno di relazioni nate nell’ombra delle stanze. Cosa rende quei legami così duraturi anche a distanza di anni?

Essendo la maggior quantità di persone legate a un 56k, mi verrebbe da dire che sicuramente la lentezza nello sviluppare le conoscenze. Chattare tutti i giorni della settimana o quasi per ore e ore conferiva una sacralità e una longevità ai rapporti che adesso difficilmente riescono a evolversi in questa maniera.

Ci prendevamo cura l'uno dell'altro ogni singolo giorno; semplicemente c'eravamo e mattone dopo mattone edificavamo storie, sia d'amicizia che d'amore importanti.

Il romanzo trasuda tenerezza ma anche un senso di vuoto. Che ruolo ha la solitudine nella tua scrittura e nel modo in cui costruisci i personaggi?

La solitudine narrata in Abbracciami, Roma è una solitudine reale della quale sono venuto a conoscenza parlando e costruendo rapporti giorno dopo giorno con quelle persone. Eravamo soliti aprirci e conoscerci donando all'altro una piccola parte di noi del tutto inedita al resto del mondo.

Per quanto riguarda la mia scrittura, essa necessità di estrema solitudine e quiete a livello ambientale per venire fuori. A farmi compagnia solamente un po' di musica e, in questo caso, le canzoni che ero solito ascoltare  in quel periodo per far riaffiorare meglio i lontani ricordi.

Dempsey è un personaggio che offre molto ma tiene sempre qualcosa per sé. È un equilibrio che riconosci anche nella tua storia personale?

A differenza di lui che è impaurito nello scoprire troppo il fianco e centellina le parti di sé per non farsi terra bruciata o apparire “scontato”, io rimango sempre a bordo campo e mi limito a osservare o mi perdo nei miei pensieri.

Con chi so di potermi esprimere liberamente perché apprezza il mio modo in cui affronto la vita, posso essere un fiume in piena. Con chi non conosco invece, rimango in silenzio: se poi la persona mi incuriosisce sondo il terreno.

Nel libro sembra esserci un abbraccio rivolto a chi si è sempre sentito un passo indietro. Hai scritto pensando a qualcuno in particolare, o a una comunità più vasta?

Tutte le persone che si erano radunate a quel meeting erano per un certo verso un passo indietro e allo stesso tempo un passo avanti rispetto ad altri: un passo indietro perché magari avevano difficoltà a inserirsi nella società, magari viste anche come reietti o peggio ma dall'altra parte, la loro umanità e la loro vita erano splendenti e calde come stelle e avevano solamente bisogno di riunirsi in un'unica, grande costellazione.

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