Salute

Case di Comunità, la corsa contro il tempo del Governo: saltata la riforma, si punta su un accordo tampone con i medici di famiglia

Alla fine, per rispettare la scadenza del 30 giugno imposta dal PNRR, la montagna sembra aver partorito davvero un topolino. Dopo mesi di dibattiti, annunci, polemiche e una riforma della medicina territoriale che avrebbe dovuto ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia all'interno delle Case di Comunità, il Governo e le Regioni hanno scelto una strada molto più semplice: un accordo ponte che garantisca almeno la presenza minima di un medico in ogni struttura.

L'obiettivo è chiaro: evitare di arrivare alla verifica europea con edifici nuovi, finanziati con miliardi di euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma privi del personale necessario per funzionare davvero. Una situazione che avrebbe rappresentato una clamorosa smentita delle promesse di rilancio della sanità territoriale formulate dopo la pandemia.

Il Comitato di settore Regione-Sanità della Conferenza delle Regioni ha così approvato un Atto di indirizzo destinato alla SISAC, la struttura incaricata di negoziare gli accordi convenzionali con i sindacati dei medici di medicina generale. L'obiettivo è arrivare entro la fine del mese alla sottoscrizione di un'intesa che permetta di dichiarare operative le Case di Comunità e centrare formalmente i target previsti dalla Missione 6 del PNRR.

Cosa prevede l'accordo
La proposta stabilisce che i medici di medicina generale dovranno garantire una presenza nelle Case di Comunità fino a un massimo di sei ore settimanali per 48 settimane all'anno.

Si tratta di un impegno aggiuntivo rispetto alle attività già svolte negli ambulatori territoriali e che si affianca, in via residuale, agli obblighi già previsti per i medici a rapporto orario, chiamati a coprire turni notturni, festivi e prefestivi qualora richiesti dalle Aziende sanitarie.

Il meccanismo operativo sarà affidato alle singole Aziende sanitarie locali, che avranno il compito di valutare il proprio fabbisogno e distribuire le ore tra i professionisti presenti sul territorio.

La finalità è una sola: assicurare che in ogni Casa di Comunità vi sia almeno un medico presente.

Un obiettivo certamente importante, ma che evidenzia anche il ridimensionamento delle ambizioni iniziali. Si era infatti partiti dall'idea di una vera integrazione della medicina generale all'interno delle nuove strutture territoriali, con una presenza stabile, multidisciplinare e continuativa. Oggi si discute invece di come garantire una copertura minima per evitare che le nuove sedi restino vuote.

Il fallimento della riforma e il ritorno alla contrattazione
La scelta dell'accordo ponte arriva dopo il sostanziale fallimento del tentativo di riformare il rapporto tra medici di famiglia e Servizio sanitario nazionale.

Negli ultimi mesi si era parlato della possibilità di trasformare progressivamente i medici convenzionati in dipendenti del sistema sanitario pubblico, oppure di introdurre nuovi obblighi organizzativi più stringenti. Un percorso che aveva generato fortissime resistenze sindacali e acceso uno scontro politico e professionale destinato a protrarsi per mesi.

Di fronte alla prospettiva di non riuscire a rispettare le scadenze europee, Regioni e Ministero della Salute hanno quindi deciso di abbandonare il percorso legislativo e tornare alla strada della contrattazione.

Una soluzione che consente di guadagnare tempo e abbassare la tensione, ma che rinvia ancora una volta il nodo centrale: chi lavorerà realmente nelle Case di Comunità e con quale organizzazione?

Perché il vero problema non riguarda soltanto la presenza fisica di un medico per alcune ore alla settimana, ma la costruzione di un modello di assistenza territoriale capace di alleggerire la pressione sugli ospedali, prendere in carico i pazienti cronici e garantire servizi sanitari di prossimità.

Le Regioni: "Scelta di ragionevolezza"
A difendere la scelta è stato Marco Alparone, presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità, che ha parlato di una soluzione improntata alla collaborazione istituzionale.

"Dopo le positive interlocuzioni con il Ministero della Salute, oggi proponiamo una soluzione di ragionevolezza scegliendo il canale della contrattazione per assicurare che il target PNRR della Missione 6 sia raggiunto pienamente e in collaborazione con tutti gli attori coinvolti", ha dichiarato.

Secondo Alparone, l'intesa consentirà di garantire ai cittadini un accesso più efficace alle cure di prossimità e di porre le basi per la piena operatività delle Case di Comunità.

Una lettura ottimistica che però si scontra con le perplessità di chi osserva come, a pochi giorni dalla scadenza europea, si stia ancora discutendo di accordi preliminari e di presenze minime anziché di servizi già consolidati e pienamente funzionanti.

Il rischio del decreto resta sul tavolo
La trattativa dovrà ora passare al tavolo della SISAC e confrontarsi con le organizzazioni sindacali della medicina generale.

L'obiettivo è chiudere l'accordo entro la fine del mese. Ma il tempo è poco e la tensione resta alta.

Non a caso il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato aveva già lasciato intendere che, in caso di mancato accordo, il Governo sarebbe pronto a tornare sulla strada del decreto legge.

Uno scenario che per il momento sembra congelato ma non definitivamente archiviato.

La vera partita si giocherà dopo l'estate
L'accordo ponte rappresenta infatti soltanto una soluzione temporanea.

Una volta definita questa fase emergenziale, dovrà partire il confronto sul rinnovo complessivo della convenzione della medicina generale per il triennio 2025-2027.

L'obiettivo dichiarato è arrivare entro il 30 settembre a un nuovo Atto di indirizzo capace di affrontare in modo organico il futuro della medicina territoriale.

Sarà quello il momento della verità. Perché le Case di Comunità non potranno vivere soltanto di presenze simboliche o di turni distribuiti per rispettare una scadenza burocratica. Dovranno dimostrare di essere in grado di offrire servizi reali, continuità assistenziale e una nuova organizzazione delle cure.

Altrimenti il rischio è che i miliardi investiti dal PNRR producano strutture moderne e inaugurazioni da fotografare, ma senza quel personale e quell'organizzazione che rappresentano il vero cuore di qualsiasi servizio sanitario.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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