Con Paul Thomas Anderson saldamente in testa, la corsa alla Miglior Regia sembra ruotare meno attorno al nome del vincitore e molto di più alla composizione finale della cinquina. One Battle After Another ha imposto una supremazia quasi matematica: dominio critico, vittorie trasversali e pieno allineamento industriale rendono Anderson il riferimento assoluto della stagione.

Alle sue spalle, Ryan Coogler e Chloé Zhao occupano una posizione di forza strutturale, sostenuti da campagne major perfettamente calibrate e da un consenso che unisce visibilità, numeri e legittimazione autoriale. In questo scenario, tre slot appaiono altamente probabili, lasciando aperta una battaglia feroce per gli ultimi due posti.
È qui che il dato statistico diventa racconto. La storia recente dimostra che l’assenza da un singolo precursore non è necessariamente fatale (anche se dipende dal peso di quel precursore): lo scorso anno Coralie Fargeat ha ottenuto la nomination mancando i DGA, così come in passato altri registi hanno superato esclusioni apparentemente decisive. Joachim Trier si inserisce esattamente in questa traiettoria.

Più che una corsa di certezze, la Miglior Regia si conferma così una partita di equilibri sottili, dove i numeri non servono a prevedere il risultato, ma a spiegare perché il colpo di scena resta sempre possibile.