Ufficializzato l'ennesimo nemico del "dittatore" Trump: la Federal Reserve
C'è sempre un confine che, in uno Stato di diritto, non dovrebbe essere attraversato. Negli Stati Uniti quel confine si chiama indipendenza della Federal Reserve. E oggi è sotto attacco frontale da parte dell'amministrazione di Donald Trump, che sembra decisa a piegare la banca centrale più potente del mondo alle proprie esigenze politiche di breve periodo.
La minaccia di un'incriminazione penale contro il presidente della Fed, Jerome Powell, formalmente legata a presunte irregolarità nelle sue dichiarazioni al Congresso su un progetto di ristrutturazione edilizia, appare per quello che è: un pretesto. Non un'azione di trasparenza, ma uno strumento di pressione. Powell lo ha detto senza giri di parole: questa non è una questione di mattoni o di bilanci, ma di tassi d'interesse.
Trump vuole tagli drastici al costo del denaro. Li vuole subito, perché fanno comodo politicamente, perché danno l'illusione di benessere rapido, perché aiutano a vendere la narrativa di un'economia “rilanciata” dopo anni di inflazione. Poco importa se ciò rischia di compromettere la stabilità dei prezzi o la credibilità del dollaro. La Fed, però, ha osato dire no... perché l'azione richiesta non corrisponderebbe a ciò che l'attuale situazione economica degli Stati Uniti richiede. E questo, per la Casa Bianca, sembra essere diventato intollerabile.
Il punto è gravissimo: usare il Dipartimento di Giustizia come clava contro un'istituzione indipendente significa minare le fondamenta stesse del sistema economico americano. Non è un caso che persino un senatore repubblicano come Thom Tillis abbia parlato apertamente di una messa in discussione dell'indipendenza e credibilità del Dipartimento di Giustizia.
Quando il fuoco amico arriva dal tuo stesso partito, il problema è reale.
I mercati non sono ingenui. Il dollaro è sceso, l'oro ha toccato nuovi massimi storici, i futures azionari hanno arretrato. Non è isteria: è la reazione razionale a un attacco istituzionale senza precedenti. L'indipendenza della Federal Reserve non è un dettaglio tecnico per economisti, ma uno dei pilastri della fiducia globale nel sistema finanziario statunitense. Se salta quello, le conseguenze non si fermano a Washington.
Ancora più inquietante è il contesto più ampio. Questa mossa arriva mentre la Corte Suprema si prepara a valutare il tentativo di Trump di rimuovere un altro funzionario della Fed. È una strategia coerente, non un episodio isolato: logorare, intimidire, delegittimare, fino a trasformare un'istituzione autonoma in un ufficio esecutivo obbediente.
Che Trump dichiari di “non sapere nulla” delle azioni del Dipartimento di Giustizia è quasi irrilevante. La responsabilità politica è evidente. E l'idea che la legge penale venga evocata selettivamente contro chi non si allinea alle preferenze presidenziali rappresenta un precedente pericoloso, degno più di un regime e non cert di una democrazia.
Come ha osservato lo storico della Fed Peter Conti-Brown, questo è un punto basso non solo della presidenza Trump, ma della storia della Banca centrale americana. Il Congresso non ha creato la Fed per riflettere gli umori quotidiani del presidente di turno. Se oggi quella barriera cade, domani il prezzo lo pagheranno tutti: mercati, cittadini e credibilità internazionale degli Stati Uniti.
Da non dimenticare che il sistema pensionistico degli Stati Uniti si basa su fondi d'investimento che, a loro volta, investono importanti fette del loro patrimonio nel mercato azionario e questa decisione di Trump non aiuta certo a sostenerlo.
Qui non è in gioco Powell. È in gioco l'idea stessa che l'economia di un Paese possa essere governata con regole, competenze e visione di lungo periodo, invece che a colpi di minacce e calcoli elettorali.