Emendamenti al Milleproroghe per prorogare fino al 2026 incarichi flessibili e cumulabilità piena tra pensione e reddito. È l’ammissione implicita che il reclutamento ordinario non funziona.

Di fronte a una carenza di personale ormai strutturale, le Regioni tentano la mossa estrema: continuare a richiamare in servizio i pensionati, rimuovendo ostacoli contrattuali ed economici che finora ne hanno limitato l’impiego. La strategia è contenuta in due emendamenti al decreto Milleproroghe, presentati dalla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e ora all’esame della Commissione Bilancio della Camera.

Se approvati, i provvedimenti estenderebbero per tutto il 2026 le misure straordinarie adottate negli ultimi anni per tamponare l’emergenza, certificando di fatto l’incapacità del sistema ordinario di assunzioni di garantire i Livelli essenziali di assistenza (Lea).


Incarichi semestrali anche senza albo

Il primo emendamento, indicato come comma aggiuntivo 5.10 bis, autorizza le aziende sanitarie, “in caso di impossibilità di disporre assunzioni”, a conferire incarichi semestrali di lavoro autonomo a professionisti in quiescenza. La platea è ampia: dirigenti medici, veterinari e sanitari, personale del ruolo sanitario del comparto e operatori socio-sanitari.

La norma consentirebbe di ricorrere a queste figure anche se non più iscritte all’albo professionale a causa del pensionamento. Il tutto, almeno nelle intenzioni, “nel rispetto della disciplina vigente in materia di spesa di personale”, per evitare ulteriori pressioni su bilanci regionali già sotto stress.


La vera leva: pensione e reddito cumulabili

Il secondo emendamento, il comma 5.10 ter, è quello che punta davvero a rendere appetibile il rientro in servizio. Le Regioni chiedono una deroga esplicita ai vincoli di incumulabilità tra redditi da lavoro autonomo e trattamento pensionistico, superando le restrizioni introdotte dal decreto-legge n. 4 del 2019.

L’obiettivo è dichiarato senza giri di parole: “indurre il personale ad accettare il conferimento di incarichi”. In molti casi, infatti, il compenso proposto per incarichi part-time o a progetto è inferiore all’assegno pensionistico già percepito. Senza la possibilità di cumulare integralmente le due entrate, tornare a lavorare non conviene. Le Regioni assicurano che la misura non produrrebbe maggiori oneri per la finanza pubblica, perché i compensi rientrerebbero nella spesa già prevista per il personale.


Un sistema sotto pressione permanente

Questi emendamenti raccontano lo stato reale del Servizio sanitario nazionale: un sistema in stress permanente. Tra disavanzi record, tetti di spesa e blocchi di fatto alle assunzioni stabili, le Regioni cercano flessibilità immediata per evitare il collasso dei servizi, soprattutto negli ospedali e nei territori più scoperti.

Ora la decisione spetta al Parlamento. Il Governo, nei giorni scorsi, ha già aperto ufficialmente alla possibilità di richiamare in servizio i medici in pensione per tutto il 2026, su base volontaria, come dichiarato dal ministro Ciriani. Sul fronte sindacale le posizioni restano divise: apertura da parte di Cimo-Fesmed, bocciatura netta dell’Anaao Assomed.

Il messaggio che arriva è chiaro e poco rassicurante: senza interventi strutturali su formazione, carriere e condizioni di lavoro, la sanità pubblica continuerà a reggersi su soluzioni tampone e sul richiamo dei pensionati. Un’emergenza che rischia di diventare la normalità.