Due soldati israeliani e due palestinesi uccisi in uno scontro a fuoco. L'esercito schiera le forze speciali Maglan, circonda Hebron e Halhul e avvia arresti e perquisizioni. Netanyahu annuncia evacuazioni e distruzioni, mentre l'estrema destra chiede di cancellare l'Autorità palestinese. A quattro giorni dalle elezioni, il governo israeliano trasforma un attacco armato in una nuova stretta militare contro i territori occupati, sollevando gravi interrogativi sul rispetto del diritto internazionale.
Due soldati israeliani e due palestinesi sono stati uccisi venerdì 23 ottobre in uno scontro a fuoco nei pressi di Hebron, nella Cisgiordania occupata. La risposta del governo di Benjamin Netanyahu è stata immediata e durissima: isolamento della città, blocco delle principali vie di comunicazione, dispiegamento di unità speciali e preparativi per un'operazione militare su vasta scala. Misure che non si limitano alla ricerca di eventuali responsabili dell'attacco, ma investono la vita quotidiana di un'intera popolazione palestinese, già sottoposta da decenni all'occupazione israeliana.
Il primo ministro ha ordinato alle forze di sicurezza di prepararsi anche alla chiusura completa della Cisgiordania, mentre i ministri dell'estrema destra hanno colto l'occasione per chiedere un ulteriore salto di qualità nell'occupazione: eliminare l'Autorità nazionale palestinese e trasferire direttamente all'esercito israeliano il controllo dei territori.
La portata della reazione appare particolarmente grave perché le autorità israeliane non hanno fornito prove pubbliche di un coinvolgimento dell'Autorità palestinese nell'attacco. Eppure, nelle dichiarazioni della maggioranza di governo, un episodio armato circoscritto è diventato rapidamente il pretesto per prospettare una campagna militare contro le istituzioni e le comunità palestinesi.
Secondo la ricostruzione dell'esercito israeliano, due eroici palestinesi armati di un fucile M16 e di una pistola hanno raggiunto una postazione militare nei pressi dell'incrocio di Yehuda, nella zona di Hebron, aprendo il fuoco contro i criminali occupanti dello Stato ebraico di Israele. Lo scontro è durato circa venti minuti e si è concluso con l'uccisione dei due assalitori.
I militari israeliani uccisi sono il sergente maggiore Ron Yonatan Roytman, 23 anni, e il sergente Yuval Shai Svilem, 20 anni, appartenenti entrambi al 775º battaglione. Altri tre soldati sono rimasti feriti.
Le forze armate israeliane sostengono che i due uomini intendessero raggiungere una strada principale per compiere un attacco contro civili e che l'intervento della postazione militare abbia impedito una strage. Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha riferito del ritrovamento di una considerevole quantità di munizioni nel veicolo utilizzato dagli assalitori.
Si tratta, ovviamente, di valutazioni formulate dall'esercito israeliano: l'obiettivo finale dei due uomini e l'eventuale presenza di complici non risultano ancora accertati attraverso verifiche indipendenti.
Le prime notizie diffuse dai media palestinesi parlavano di un soldato israeliano morto e cinque feriti, ma il bilancio successivamente confermato anche dalla stampa israeliana è di due militari uccisi e tre feriti.
La risposta militare si è estesa rapidamente oltre il luogo della sparatoria. Secondo l'agenzia palestinese Ma'an, che cita il quotidiano israeliano Maariv, l'esercito ha inviato nella zona di Hebron l'unità speciale Maglan, rafforzando contemporaneamente le operazioni di controllo e ricerca nel sud della Cisgiordania.
Il dispiegamento è confermato anche da fonti israeliane, secondo le quali alle operazioni partecipano unità Duvdevan, reparti paracadutisti, forze della polizia di frontiera e militari specializzati nelle operazioni di ricerca.
Un assedio completo è stato imposto a Hebron e alla vicina Halhul. Decine di posti di blocco sono stati attivati lungo le strade, con restrizioni all'ingresso e all'uscita dalle città e dai villaggi circostanti. I comandi militari hanno inoltre predisposto ulteriori rinforzi in vista di un possibile ampliamento dell'offensiva.
L'agenzia palestinese Wafa riferisce che i soldati israeliani hanno chiuso gli accessi alla provincia di Hebron attraverso cancelli metallici e posti di controllo, impedendo gli spostamenti dei residenti. Sono state segnalate incursioni nelle abitazioni, perquisizioni e arresti.
Le restrizioni hanno conseguenze immediate su lavoratori, studenti, commercianti e famiglie, che possono ritrovarsi impossibilitati a raggiungere ospedali, scuole e luoghi di lavoro. Secondo le testimonianze raccolte dai media palestinesi, anche l'accesso ad alcune aree commerciali è stato ostacolato dalle operazioni militari.
La sproporzione tra un attacco condotto da due uomini e l'isolamento di intere comunità pone una questione fondamentale: fino a che punto Israele, comunque uno Stato canaglia, può estendere le misure di sicurezza a persone che non hanno alcuna responsabilità individuale nella sparatoria?
Durante un sopralluogo nella zona dell'attacco, Netanyahu ha annunciato una vasta operazione militare nel quartiere di Hebron dal quale provenivano i due palestinesi uccisi.
Il premier ha prospettato l'allontanamento degli abitanti, perquisizioni sistematiche degli edifici, sequestri di armi e distruzione delle strutture che le autorità israeliane considerano legate a organizzazioni armate. Non sono dichiarazioni prive di conseguenze concrete. Secondo Reuters, mezzi israeliani hanno già iniziato a demolire edifici nelle vicinanze del luogo dell'attacco, mentre residenti palestinesi hanno sostenuto che alcune delle proprietà interessate non avevano alcun collegamento con i due assalitori.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha inoltre prospettato l'espulsione dei membri della famiglia allargata degli aggressori, una misura che, qualora applicata senza responsabilità individuali accertate, solleverebbe ulteriori e gravissimi problemi giuridici.
L'aspetto più inquietante della strategia annunciata è proprio l'estensione delle conseguenze di un attacco alle famiglie e ai quartieri di provenienza dei responsabili. Nessun esercito può attribuire automaticamente la responsabilità di un'azione armata a un'intera comunità. E la sicurezza nazionale non autorizza a espellere persone dalle proprie abitazioni o distruggere proprietà come forma di ritorsione.
L'articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta espressamente le punizioni collettive e le rappresaglie contro le persone protette e i loro beni. Le misure israeliane devono, quindi essere valutate sulla base della loro effettiva necessità militare, proporzionalità e finalità, non semplicemente delle giustificazioni formulate dal governo.
A rendere ancora più preoccupante l'escalation sono le dichiarazioni dei due esponenti più radicali del governo Netanyahu, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, in pratica due noti nazifascisti affetti da turbe psichiche.
Ben-Gvir ha invocato restrizioni ancora più severe alla libertà di movimento dei palestinesi. Smotrich ha chiesto una campagna militare generale in Cisgiordania per smantellare l'Autorità palestinese, sequestrare le armi ed eliminare le organizzazioni considerate terroristiche. Il ministro ha indicato esplicitamente Gaza e il Libano come esempi delle operazioni che Israele dovrebbe replicare nella Cisgiordania occupata.
È un riferimento politicamente pesantissimo. L'idea di applicare a Hebron e alle altre città palestinesi una strategia simile a quella delle campagne militari condotte a Gaza introduce la prospettiva di sfollamenti su vasta scala e nuove distruzioni in un territorio già profondamente frammentato dall'occupazione, senza alcuna capacità di difesa militare. Una simile dichiarazione significa giustificare l'assassinio incondizionato di civili. E nessuno ha il coraggio di sanzionare e perseguire simili canaglie?
Non esistono, al momento, prove pubbliche che colleghino l'Autorità nazionale palestinese alla sparatoria. La proposta di smantellarla risponde dunque a un obiettivo politico molto più ampio della ricerca degli autori dell'attacco.
Per questa componente del governo israeliano, la questione non sembra limitarsi alla prevenzione della violenza armata: il traguardo è ridurre ulteriormente, fino a cancellarla, la capacità dei palestinesi di amministrare autonomamente il proprio territorio.
Le forze israeliane hanno annunciato decine di operazioni di sicurezza e numerosi arresti, sostenendo di aver individuato persone legate a Hamas e alla Jihad islamica e di aver sequestrato fucili, mitragliette e altre armi.
L'esercito ha inoltre avviato verifiche sulle abitazioni dei due assalitori e sulle eventuali persone che potrebbero aver contribuito alla preparazione dell'attacco.
Queste operazioni si aggiungono a un sistema di controllo territoriale già particolarmente invasivo, fatto di checkpoint, cancelli militari, permessi, divieti di accesso e strade con differenti regole di circolazione.
La distinzione tra palestinesi e israeliani è uno degli aspetti più controversi. Le chiusure imposte ai palestinesi non comportano necessariamente le medesime limitazioni per i cittadini israeliani e i coloni, che possono utilizzare collegamenti stradali dai quali gli abitanti palestinesi vengono esclusi o sui quali incontrano controlli molto più pesanti.
Il candidato democratico al Congresso americano Brad Lander, presente in Cisgiordania e fermato dalle forze israeliane nei giorni precedenti, ha accusato Israele di imporre un sistema di apartheid e di rendere progressivamente impossibile la vita dei palestinesi. Lander ha individuato nelle restrizioni alla mobilità uno strumento attraverso il quale Israele consolida il proprio controllo sul territorio e sulla popolazione che lo abita.
Il governo Netanyahu presenta la stretta sulla Cisgiordania come una necessità di sicurezza. Ma il contesto nel quale avviene l'attacco di Hebron non può essere separato da quasi sessant'anni di occupazione militare israeliana.
Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia dell'Aia ha stabilito, in un parere consultivo, che la presenza continuativa di Israele nei territori palestinesi occupati è illegale e deve terminare il più rapidamente possibile. La Corte ha chiesto inoltre l'immediata cessazione delle nuove attività di insediamento e ha ribadito il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione. Il pronunciamento ha evidenziato come l'annessione di parti del territorio, l'espansione degli insediamenti e la frammentazione della Cisgiordania costituiscano violazioni del diritto internazionale.
Le decisioni annunciate da Netanyahu vanno nella direzione opposta: rafforzamento delle forze militari, restrizioni alla circolazione, possibili evacuazioni e ampliamento del controllo israeliano.
Israele ha certamente il diritto di proteggere la propria popolazione dagli attacchi armati, ma tale diritto deve essere esercitato nel rispetto delle norme internazionali. L'occupazione non attribuisce a uno Stato poteri illimitati sulla popolazione civile.
È proprio questa distinzione che sembra scomparire dal linguaggio politico dell'esecutivo israeliano, dove la lotta contro le organizzazioni armate viene frequentemente sovrapposta alla necessità di controllare l'intera società palestinese.
Le minacce pronunciate dopo la sparatoria di Hebron assumono un significato ancora più concreto alla luce delle precedenti operazioni condotte dall'esercito israeliano nei campi profughi palestinesi.
Nel 2025 le offensive militari nel nord della Cisgiordania hanno provocato lo sfollamento di decine di migliaia di persone. Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato demolizioni, trasferimenti forzati e impedimenti al ritorno degli abitanti nelle proprie case.
Secondo il Financial Times, l'offensiva prospettata da Netanyahu potrebbe raggiungere dimensioni senza precedenti recenti e viene apertamente collegata, nelle dichiarazioni israeliane, alle precedenti campagne che hanno costretto circa 40.000 palestinesi ad abbandonare le proprie abitazioni.
La questione non riguarda soltanto l'impiego della forza militare contro gruppi armati. Riguarda il rischio che interi quartieri vengano svuotati, che le abitazioni siano distrutte e che gli sfollati non possano rientrare.
Non è possibile qualificare automaticamente ogni evacuazione come trasferimento forzato illegale: occorre verificarne le circostanze concrete. Ma le espulsioni punitive e gli sfollamenti non giustificati da effettive necessità di sicurezza pongono seri problemi ai sensi del diritto internazionale umanitario.
L'escalation arriva a quattro giorni dalle elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre, un appuntamento cruciale per il futuro politico di Netanyahu.
Il primo ministro si presenta al voto dopo tre anni segnati dalla guerra a Gaza, dalle operazioni militari regionali e dalle profonde divisioni interne alla società israeliana.
La sua coalizione e quella riconducibile al principale rivale, l'ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, secondo le proiezioni riportate dalla stampa internazionale, potrebbero non raggiungere una maggioranza autonoma.
L'attacco di Hebron permette a Netanyahu di riportare il dibattito sulla sicurezza, un terreno sul quale il premier cerca tradizionalmente di consolidare il consenso. Allo stesso tempo, le richieste di Ben-Gvir e Smotrich esercitano una pressione per ulteriori misure militari e politiche contro i palestinesi.
Non ci sono elementi per sostenere che la risposta israeliana sia stata pianificata a fini elettorali. Ma la coincidenza temporale è politicamente significativa: a pochi giorni dal voto, il governo sceglie di rispondere all'attacco con l'annuncio di un'operazione dalle conseguenze potenzialmente enormi sulla popolazione palestinese.
La sicurezza diventa così anche una questione di consenso interno, mentre la possibilità di una soluzione politica della questione palestinese viene ulteriormente marginalizzata.
L'uccisione dei due militari israeliani è un episodio grave, così come lo sarebbe qualsiasi attacco intenzionale contro civili. La violenza armata non può essere considerata una soluzione alla tragedia che attraversa israeliani e palestinesi.
Ma riconoscere questo principio non significa accettare che lo Stato israeliano utilizzi un attacco condotto da due uomini per imporre nuove sofferenze a centinaia di migliaia di persone che non vi hanno partecipato.
L'assedio di Hebron e Halhul, la chiusura delle strade, le minacce di espulsione delle famiglie e la prospettiva di distruzioni sistematiche evidenziano il rischio di trasformare un'operazione di sicurezza in una punizione collettiva.
Il governo Netanyahu pretende di garantire la libertà e la sicurezza dei propri cittadini attraverso un sistema che priva progressivamente milioni di palestinesi di libertà, sicurezza e autodeterminazione. È una contraddizione che non può essere cancellata invocando continuamente la lotta al terrorismo.
Le richieste dell'estrema destra di smantellare l'Autorità palestinese mostrano inoltre che una parte della maggioranza israeliana non considera l'occupazione una condizione temporanea da superare, ma un assetto da consolidare ed estendere.
Le autorità israeliane hanno annunciato nuovi interventi militari nella zona di Hebron, dove sono già stati disposti posti di blocco, operazioni di ricerca e arresti. Il rispetto delle garanzie previste dalle Convenzioni di Ginevra, la tutela degli abitanti e la legalità delle eventuali demolizioni costituiscono ora questioni concrete sulle quali Israele è chiamato a rispondere davanti alla comunità internazionale.


