Il nuovo rapporto dell'UNEP denuncia il fallimento degli impegni climatici dei governi: con le politiche attuali la temperatura globale aumenterà di 2,8 gradi entro la fine del secolo. Le energie rinnovabili avanzano, ma petrolio, carbone e gas frenano la transizione. Sotto accusa anche gli Stati Uniti di Trump.

Il mondo ha perso la possibilità di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto all'era preindustriale senza superare questa soglia. Per evitare conseguenze climatiche ancora più gravi, sarà necessario ridurre le emissioni mondiali di gas serra del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040, prendendo come riferimento i livelli del 2025. È l'allarme lanciato dal Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) nel nuovo Emissions Gap Report 2026, che denuncia l'insufficienza delle politiche adottate dai governi per contrastare il cambiamento climatico.

Le conclusioni del rapporto sono particolarmente severe. Anche rispettando tutti gli impegni di riduzione delle emissioni attualmente presentati dai Paesi firmatari dell'Accordo di Parigi, il pianeta si avvierebbe verso un aumento della temperatura media di 2,6 gradi entro la fine del secolo. Considerando invece le politiche effettivamente in vigore, il riscaldamento raggiungerebbe 2,8 gradi, con conseguenze sempre più pesanti per gli ecosistemi, la disponibilità di acqua, la produzione alimentare, la salute delle popolazioni e la sicurezza economica di intere regioni.

La valutazione delle Nazioni Unite segna un passaggio importante rispetto agli avvertimenti degli anni precedenti. Per lungo tempo gli scienziati hanno sostenuto che l'obiettivo più ambizioso dell'Accordo di Parigi fosse ancora raggiungibile attraverso una rapida trasformazione dei sistemi energetici e produttivi. Quella trasformazione non è arrivata con la velocità necessaria. Secondo l'UNEP, la possibilità realisticamente individuata oggi consiste nel limitare il superamento della soglia di 1,5 gradi, contenendo il picco del riscaldamento intorno a 1,7-1,8 gradi verso la metà del secolo e cercando successivamente di riportare la temperatura entro il limite originario.

Al centro del rapporto c'è la distanza tra gli obiettivi dichiarati dai governi e le misure concretamente adottate. È il cosiddetto emissions gap, il divario tra le emissioni previste sulla base delle politiche nazionali e quelle compatibili con il contenimento del riscaldamento globale.

L'Accordo di Parigi del 2015 aveva impegnato i Paesi a mantenere l'aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi, perseguendo gli sforzi necessari per limitarlo a 1,5 gradi. Per raggiungere questo risultato, ogni Stato deve presentare periodicamente nuovi obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni, denominati Nationally Determined Contributions (NDC).

I nuovi impegni presentati in occasione della COP30, svoltasi in Brasile nel novembre 2025, avrebbero dovuto rappresentare un'accelerazione decisiva. Secondo l'UNEP, invece, il loro contributo è stato largamente insufficiente.

Anche nell'ipotesi di piena attuazione degli obiettivi nazionali, le emissioni diminuirebbero soltanto del 5-8% entro il 2030 e dell'11-15% entro il 2035 rispetto al 2025. Per seguire la traiettoria climatica meno pericolosa ancora disponibile, servirebbero riduzioni rispettivamente del 18% e del 45%.

Entro il 2035 i governi dovrebbero quindi realizzare tagli almeno tre volte superiori a quelli previsti dagli impegni più ambiziosi attualmente annunciati. Sarebbe necessaria una diminuzione media delle emissioni del 5,7% ogni anno nel periodo 2025-2035, ben superiore a quella registrata finora su scala mondiale.

Uno degli elementi apparentemente incoraggianti dell'analisi riguarda l'andamento delle emissioni mondiali nel 2025, sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente. Gli esperti delle Nazioni Unite invitano tuttavia alla prudenza: un anno senza aumenti significativi non dimostra che il mondo abbia raggiunto il picco delle emissioni e iniziato una riduzione strutturale.

Negli ultimi dieci anni, le emissioni globali sono aumentate mediamente dello 0,8% all'anno. Nel 2025, inoltre, quelle di anidride carbonica derivanti dai combustibili fossili sono cresciute, mentre le emissioni di metano sono rimaste sostanzialmente invariate.

A contribuire alla relativa stabilità complessiva sono stati anche fattori non necessariamente riconducibili a cambiamenti permanenti dei sistemi produttivi, come la variazione delle emissioni provocate dagli incendi. L'economia mondiale utilizza ancora quantità enormi di carbone, petrolio e gas, nonostante la rapida espansione delle fonti rinnovabili.

Le tecnologie a basse emissioni stanno conquistando quote crescenti della produzione energetica, ma la domanda complessiva di energia e il persistente ricorso ai combustibili fossili impediscono una diminuzione delle emissioni sufficientemente rapida.

Nel rapporto delle Nazioni Unite, un ruolo particolarmente negativo viene attribuito agli Stati Uniti, secondo maggiore emettitore mondiale di gas serra dopo la Cina, considerando le emissioni nazionali annue.

La decisione dell'amministrazione di Donald Trump di abbandonare l'Accordo di Parigi ha indebolito la cooperazione internazionale proprio mentre sarebbe necessario aumentare gli impegni di riduzione delle emissioni. L'UNEP attribuisce il peggioramento delle proprie proiezioni rispetto al rapporto precedente anche al ritiro statunitense.

La politica energetica della Casa Bianca, orientata a favorire la produzione e l'utilizzo dei combustibili fossili, rischia inoltre di interrompere il percorso di diminuzione delle emissioni statunitensi registrato negli anni precedenti.

Bill Hare, amministratore delegato del centro di ricerca Climate Analytics, ha rivolto un'accusa esplicita ai maggiori produttori mondiali di combustibili fossili, indicando in particolare Stati Uniti e Arabia Saudita, che rappresentano insieme una quota compresa tra il 20% e il 25% della produzione mondiale.

Secondo Hare, questi governi dovrebbero smettere di utilizzare la questione climatica come terreno di scontro politico e confrontarsi con le evidenze scientifiche. Il ricercatore ha paragonato il loro comportamento a quello di chi osserva un incendio, nega che esista e contemporaneamente continua ad alimentarlo, mentre le popolazioni subiscono ondate di calore, incendi boschivi e altri effetti del riscaldamento globale.

L'atteggiamento statunitense rischia inoltre di offrire ad altri governi un argomento per rinviare misure considerate costose o politicamente difficili, indebolendo ulteriormente la cooperazione internazionale.

Il superamento della soglia di 1,5 gradi non rappresenta un confine oltre il quale il pianeta diventerebbe improvvisamente inabitabile. Indica però l'ingresso in una fascia di riscaldamento associata a rischi crescenti, alcuni potenzialmente irreversibili.

L'aumento della temperatura media globale favorisce ondate di calore più intense e prolungate, modifica la distribuzione delle precipitazioni e aumenta la probabilità di episodi meteorologici estremi. Contribuisce inoltre alla perdita di ghiacciai, all'innalzamento del livello del mare e allo stress termico degli ecosistemi terrestri e marini.

Per le popolazioni, le conseguenze comprendono maggiori rischi sanitari durante le estati, danni alle infrastrutture, riduzione della disponibilità idrica e difficoltà per numerose produzioni agricole. In alcune regioni, la combinazione tra temperature elevate e umidità può rendere particolarmente pericolose le attività lavorative all'aperto.

Un altro elemento riguarda i cosiddetti tipping points, i punti critici del sistema climatico. Si tratta di soglie oltre le quali alcuni processi naturali potrebbero avviare trasformazioni difficili da arrestare anche in presenza di una successiva riduzione delle temperature.

Tra i sistemi più vulnerabili figurano le grandi calotte glaciali, le barriere coralline, il permafrost e alcuni meccanismi della circolazione oceanica. Lo scioglimento del permafrost, per esempio, può liberare ulteriori quantità di gas serra, amplificando il riscaldamento.

Secondo il rapporto, ogni cinque anni trascorsi mantenendo le attuali emissioni di anidride carbonica aumentano di circa 0,1 gradi la temperatura massima prevista. Una differenza apparentemente modesta che, su scala planetaria, può tradursi in conseguenze rilevanti per milioni di persone.

Il quadro delineato dall'UNEP presenta anche alcuni risultati positivi. Dall'approvazione dell'Accordo di Parigi, le energie rinnovabili si sono sviluppate molto più rapidamente di quanto previsto dalle analisi di dieci anni fa.

La capacità mondiale di generazione elettrica da fonti rinnovabili è aumentata a una velocità tripla rispetto alle previsioni formulate nel 2015. Il fotovoltaico ha registrato un'espansione addirittura sette volte superiore alle aspettative, mentre anche l'energia eolica ha superato numerose proiezioni iniziali.

L'UNEP ha inoltre esaminato oltre 220 valutazioni di politiche climatiche. Nel settore elettrico, gli interventi analizzati hanno determinato in media una diminuzione delle emissioni del 9%, mentre strumenti economici come le imposte sul carbonio e i sistemi di scambio delle quote hanno prodotto riduzioni comprese tra il 5% e il 13% nei settori e nei periodi considerati.

Il problema non è dunque l'assenza di strumenti efficaci, ma la loro applicazione ancora insufficiente.

Per rendere compatibile il sistema energetico con lo scenario climatico meno pericoloso, l'UNEP indica obiettivi particolarmente impegnativi. Entro il 2035, rispetto al 2025, la quota del carbone nell'offerta energetica mondiale dovrebbe diminuire almeno del 55%, quella del petrolio del 15% e quella del gas del 5%.

La produzione elettrica alimentata a carbone dovrebbe ridursi almeno del 75% entro il 2035 ed essere sostanzialmente eliminata entro il 2040.

Mohamed Adow, direttore del centro di ricerca Power Shift Africa, sottolinea la contraddizione tra l'accelerazione tecnologica e la lentezza delle decisioni politiche. Solare ed eolico stanno crescendo molto più velocemente del previsto, osserva, ma i governi non abbandonano i combustibili fossili con la stessa rapidità.

Tra gli interventi individuati dalle Nazioni Unite figura una riduzione molto più decisa delle emissioni di metano, uno dei principali gas responsabili dell'effetto serra.

Su un periodo di vent'anni, una tonnellata di metano produce un effetto climatico pari a circa 80 volte quello di una tonnellata di anidride carbonica. La sua permanenza media nell'atmosfera è però molto più breve, circostanza che rende la riduzione delle emissioni particolarmente utile per contenere il riscaldamento nel breve periodo.

Una parte importante del metano atmosferico deriva dalle attività umane, soprattutto dall'estrazione e dalla distribuzione di petrolio e gas, dalle miniere di carbone, dagli allevamenti, da alcune coltivazioni agricole e dalla gestione dei rifiuti.

Nel settore energetico, molte emissioni potrebbero essere ridotte intervenendo sulle perdite degli impianti, recuperando il gas disperso e limitando gli scarichi intenzionali nell'atmosfera.

Il rapporto UNEP indica la necessità di diminuire le emissioni mondiali di metano almeno del 25% entro il 2035 e del 40% entro il 2040 rispetto ai livelli del 2025. Un intervento che dovrebbe accompagnare, e non sostituire, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

La prospettiva di riportare la temperatura globale a 1,5 gradi dopo aver superato quella soglia presenta un'ulteriore difficoltà. Anche una drastica riduzione delle emissioni non sarebbe più sufficiente: occorrerebbe sottrarre all'atmosfera una quantità enorme di anidride carbonica già accumulata.

Secondo l'UNEP, lo scenario più favorevole richiederebbe la rimozione e lo stoccaggio permanente di circa 320 miliardi di tonnellate di CO2 entro la fine del secolo, una quantità equivalente a circa otto anni delle emissioni mondiali di anidride carbonica registrate nel 2024.

Le soluzioni possibili comprendono il ripristino delle foreste e degli ecosistemi capaci di assorbire carbonio e tecnologie industriali che consentono di catturare direttamente l'anidride carbonica dall'atmosfera e conservarla in depositi geologici.

Queste tecnologie, tuttavia, presentano ancora importanti problemi economici, energetici e operativi. Gli impianti di cattura diretta richiedono investimenti considerevoli e grandi quantità di energia, mentre le foreste possono essere danneggiate da incendi e siccità, liberando nuovamente parte del carbonio precedentemente assorbito.

L'UNEP avverte quindi che la rimozione dell'anidride carbonica non deve diventare un alibi per rinviare il taglio delle emissioni. La possibilità di riportare il riscaldamento a 1,5 gradi entro il 2100 viene stimata intorno al 50% soltanto nello scenario che combina riduzioni immediate e profonde con una progressiva espansione dei sistemi di rimozione del carbonio.

Alle difficoltà dei governi si aggiungono le tensioni emerse all'interno del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), l'organismo delle Nazioni Unite incaricato di valutare le conoscenze scientifiche disponibili sul riscaldamento globale.

Una riunione conclusa ad Addis Abeba il 16 ottobre non è riuscita a stabilire un calendario condiviso per la pubblicazione del prossimo grande rapporto scientifico. Il confronto riguarda soprattutto la possibilità di rendere disponibili le nuove valutazioni prima del Global Stocktake del 2028, il secondo bilancio mondiale previsto dall'Accordo di Parigi.

Questo meccanismo dovrebbe consentire ai governi di verificare collettivamente i progressi ottenuti nella riduzione delle emissioni e individuare le misure necessarie per correggere le politiche insufficienti.

Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha invitato a non utilizzare le divergenze sul calendario scientifico come giustificazione per ritardare le decisioni politiche.

Secondo le stime richiamate dal ricercatore, anche realizzando integralmente gli attuali impegni nazionali, le emissioni mondiali nel 2035 raggiungerebbero circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all'anno, mentre per seguire una traiettoria climatica meno pericolosa dovrebbero scendere sotto i 35 miliardi.

La distanza tra questi valori, osserva Rockström, non deriva da una mancanza di conoscenze scientifiche. Le misure necessarie sono già note: il problema è la volontà dei governi di adottarle.

Inger Andersen, direttrice esecutiva dell'UNEP, ha riconosciuto che per anni la comunità scientifica e le organizzazioni internazionali hanno indicato la possibilità di contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi, purché i governi realizzassero uno sforzo straordinario.

Quello sforzo, ha ammesso Andersen, non è stato compiuto. Gli interventi sono stati rinviati, le emissioni non sono diminuite nella misura necessaria e il tempo disponibile si è progressivamente ridotto.

La direttrice dell'UNEP ha tuttavia respinto l'idea di abbandonare l'obiettivo dell'Accordo di Parigi. Limitare il superamento della soglia e ridurne la durata consentirebbe di evitare una parte dei danni associati a temperature ancora più elevate.

Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha insistito sulla necessità di un intervento immediato, richiamando i governi alla riduzione delle emissioni del 18% entro il 2030 e del 45% entro il 2035.

La scadenza più ravvicinata è quella del 2030: entro quattro anni il mondo dovrebbe aver ridotto le emissioni di quasi un quinto rispetto al 2025. Gli impegni attualmente presentati dai governi prevedono, nella migliore delle ipotesi, un taglio inferiore alla metà di quello necessario.