Esteri

Maduro nel tribunale federale di Manhattan a processo per narco-terrorismo

In manette, con addosso l'uniforme carceraria color sabbia e circondato da un imponente spiegamento di forze armate, Nicolás Maduro è stato trasferito da una prigione di Brooklyn al tribunale federale di Manhattan insieme alla moglie Cilia Flores. Il trasferimento non è passato inosservato: le autorità statunitensi hanno scelto di esporre deliberatamente la coppia alle telecamere in diretta, mostrando al mondo l'ex uomo forte del Venezuela in una scena studiata nei minimi dettagli.

Scortato da agenti federali pesantemente armati, Maduro è stato condotto in convoglio fino a un eliporto e poi imbarcato su un elicottero diretto al tribunale. Durante l'operazione appariva zoppicare leggermente, costretto a piegarsi e tenere il capo chino mentre saliva a bordo.

Davanti al 92enne giudice federale Alvin Hellerstein, Maduro, 63 anni, e Flores hanno entrambi dichiarato la propria innocenza. Le accuse sono pesanti: narco-terrorismo, cospirazione per l'importazione di cocaina negli Stati Uniti e possesso di armi da guerra, incluse mitragliatrici e ordigni distruttivi. Secondo l'atto d'accusa, per oltre 25 anni la coppia avrebbe costruito la propria ricchezza collaborando con trafficanti internazionali di droga per inondare il mercato statunitense di stupefacenti.

Parlando in spagnolo attraverso un interprete, Maduro ha insistito di essere ancora il presidente legittimo del Venezuela, definendosi "un uomo innocente e perbene", prima di essere interrotto dal giudice. Anche Flores si è dichiarata non colpevole; i suoi legali hanno denunciato presunte lesioni fisiche subite durante la cattura, chiedendo accertamenti medici immediati.

I pubblici ministeri statunitensi sostengono che Maduro abbia guidato una vasta rete di traffico di cocaina, collaborando con organizzazioni criminali come i cartelli messicani di Sinaloa e  Zetas, i guerriglieri colombiani delle FARC e la gang venezuelana Tren de Aragua. Un'accusa che Maduro ha sempre respinto, definendola una copertura per giustificare l'interesse americano sulle immense riserve petrolifere del Paese.

La cattura, avvenuta sabato a Caracas durante un'operazione lampo delle forze speciali statunitensi, ha scosso la comunità internazionale. In Venezuela è stato emanato un ordine di emergenza che autorizza la polizia a cercare e arrestare chiunque abbia sostenuto l'operazione americana. Al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Russia e Cina hanno condannato l'azione, mentre il segretario generale António Guterres ha definito illegale il blitz sulla base del diritto internazionale.

Negli Stati Uniti, l'amministrazione Trump difende l'operazione, con il presidente che ha dichiarato che Maduro "affronterà un processo lungo e duro", mentre il procuratore generale Pam Bondi ha promesso di voler mettere in atto "tutta la forza della giustizia americana". Un processo che, secondo gli esperti, potrebbe comunque richiedere anni prima di arrivare a una conclusione.

Intanto, a Caracas, il potere resta nelle mani degli alleati di Maduro. La presidente ad interim Delcy Rodríguez, dopo aver inizialmente denunciato l'illegalità del "rapimento coloniale", ha aperto a un possibile dialogo con Washington, invocando cooperazione e stabilità. Una svolta pragmatica che coincide con l'interesse dichiarato di Trump per il petrolio venezuelano: le azioni delle compagnie petrolifere statunitensi sono salite subito dopo l'annuncio della cattura.

Con le maggiori riserve di greggio al mondo, anche se con molte riserve in relazione alla qualità del prodotto, il Venezuela resta al centro di una partita geopolitica molto accesa. La caduta di Maduro non ha ancora cambiato gli equilibri interni, né garantito una transizione di potere. Per ora, l'ex presidente è solo un imputato in un'aula di tribunale di New York. Il resto è ancora tutto da decidere.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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