Con “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo”, Teodosio D’Apolito propone un modo nuovo di raccontare il vino. L’intervista mette in luce uno stile capace di unire divulgazione, ironia e contenuto, offrendo una prospettiva fresca e consapevole sul panorama attuale.

Il libro suggerisce che il vino, per i latini, fosse una forma di conoscenza oltre che un prodotto. Questa idea nasce più dalla tua formazione da enologo o dalla tua esperienza da narratore?
Nasce probabilmente dal punto in cui le due cose hanno smesso di essere separate. Da enologo ho imparato che il vino non è mai soltanto una bevanda: è paesaggio, clima, tecnica, relazioni umane, errori, intuizioni, ma da narratore ho capito che tutto questo, senza una storia, resta incompleto. I latini avevano una capacità straordinaria: vedevano nel vino qualcosa che oggi facciamo fatica a riconoscere, cioè uno strumento per comprendere l’uomo. Attraverso il vino parlavano di amore, potere, eccesso, amicizia, malinconia. Io credo che una bottiglia racconti sempre qualcosa che va oltre ciò che contiene perché infondo il vino è uno dei pochi prodotti che continua ostinatamente a parlare dell’essere umano.
In diversi passaggi emerge un’ironia sottile, quasi a voler alleggerire il peso della materia. È stato un modo per rendere accessibili contenuti complessi o una cifra stilistica che senti tua a prescindere dal tema?
Direi entrambe le cose. Ho sempre avuto il sospetto che molti argomenti risultino meno interessanti quando si prendono troppo sul serio. Si possono affrontare temi profondi senza assumere l’espressione di chi sta reggendo il peso dell’universo. L’ironia non serve a banalizzare, serve a creare una piccola apertura. Se il lettore sorride abbassa le difese e a quel punto puoi accompagnarlo anche dentro argomenti complessi. Inoltre, il vino stesso è profondamente ironico: trascorri mesi a controllare ogni dettaglio e poi basta una grandinata di dieci minuti può ricordarti che in realtà non controlli quasi nulla.
C’è un equilibrio molto curato tra divulgazione e racconto, ma in alcuni punti il ritmo sembra rallentare proprio quando il discorso si fa più tecnico. È stato difficile trovare la misura giusta per non perdere il lettore meno esperto?
Molto. È probabilmente la sfida più difficile: spiegare senza semplificare troppo. Il rischio, quando si parla di vino, è doppio: da una parte c’è la tentazione di trasformare tutto in una lezione tecnica, dall’altra quella di ridurre tutto a suggestioni vaghe. Ho cercato una strada intermedia. Mi piace pensare che il lettore venga accompagnato e non istruito. Se a volte il ritmo rallenta è perché alcuni passaggi richiedono una sosta, come durante un viaggio. Non si attraversa un paesaggio interessante correndo, ogni tanto bisogna fermarsi, guardarsi intorno e concedersi il tempo di capire dove si è arrivati.
Guardando avanti, immagini di continuare su questa linea che unisce letteratura e mondo vitivinicolo, oppure senti il bisogno di spostarti verso altri territori narrativi o tematici?
Credo che continuerò a esplorare questo territorio perché mi sembra ancora sorprendentemente vasto. Il vino è una lente attraverso cui osservare l’uomo e, di conseguenza, quasi qualsiasi argomento: filosofia, antropologia, storia, teatro, persino le nostre piccole manie contemporanee. Ho molti progetti che vanno in questa direzione. Però mi piace l’idea di sconfinare. Le storie migliori nascono spesso ai margini, quando discipline diverse iniziano a parlarsi. Del resto, anche il vino, quando resta chiuso troppo a lungo dentro categorie rigide, rischia di perdere la sua parte più viva. Mi sembra più interessante continuare a contaminare che a delimitare. Un po’ come accade nelle conversazioni tra amici: si parte da un bicchiere e si finisce a discutere del senso della vita. Ed è proprio lì che, di solito, iniziano le cose migliori.

