Salute

Case di comunità, Schillaci scopre la "terza gamba" della sanità. Peccato che manchino i muscoli per farla camminare


Se bastassero gli slogan, il Servizio sanitario nazionale sarebbe già diventato il migliore del pianeta. Se bastassero le inaugurazioni, le conferenze stampa e le interviste radiofoniche, le liste d'attesa sarebbero un ricordo, i pronto soccorso non sarebbero più congestionati e ogni cittadino avrebbe finalmente un presidio sanitario efficiente sotto casa. Purtroppo, però, la sanità continua ad avere il brutto vizio di funzionare con medici, infermieri, operatori sociosanitari e risorse umane in carne e ossa, non con i comunicati stampa.

È in questo contesto che il ministro della Salute Orazio Schillaci torna a magnificare le Case di comunità, definite addirittura "la terza gamba" del Servizio sanitario nazionale. Un'immagine suggestiva. Talmente suggestiva da far sorgere spontanea una domanda: se questa terza gamba deve sostenere l'intero sistema sanitario, chi la farà camminare? Perché una gamba senza muscoli, tendini e articolazioni difficilmente riesce a reggere il peso del corpo.

Secondo il ministro, le nuove strutture rappresentano una "nuova visione della sanità", fondata sulla medicina territoriale e sulla vicinanza ai cittadini. All'interno delle Case di comunità si potranno effettuare visite, cure specialistiche, assistenza primaria, medicazioni, monitoraggi infermieristici, screening, prevenzione e una lunga serie di servizi destinati a ridurre il ricorso agli ospedali e ai pronto soccorso.

Un progetto che, sulla carta, è difficilmente contestabile. Anzi, è esattamente ciò di cui il Paese avrebbe bisogno dopo anni di progressivo impoverimento della medicina territoriale. Il problema, però, arriva quando dalla carta si passa alla realtà.

Perché il ministro descrive un sistema quasi perfetto, ma evita accuratamente di soffermarsi sul piccolo dettaglio che tutti, dagli addetti ai lavori ai sindacati, dalle Regioni agli stessi direttori delle aziende sanitarie, continuano a ripetere da mesi: il personale semplicemente non c'è.

Le Case di comunità non si animano per magia. Non basta tagliare un nastro, appendere una targa all'ingresso e installare qualche computer nuovo per trasformare un edificio in un presidio sanitario funzionante. Servono medici di medicina generale, infermieri, specialisti, operatori sociosanitari, personale amministrativo, tecnici. Servono turni, organizzazione e continuità assistenziale.

Ed è proprio qui che l'entusiasmo ministeriale rischia di trasformarsi in un gigantesco esercizio di ottimismo amministrativo.

Schillaci assicura che le nuove strutture saranno il luogo dove i cittadini troveranno risposte per moltissimi bisogni sanitari. Una promessa certamente affascinante. Ma viene spontaneo chiedersi: chi visiterà questi pazienti? Chi effettuerà gli screening? Chi seguirà le medicazioni? Chi controllerà i parametri clinici? Chi garantirà l'assistenza quotidiana?

Perché la cronica carenza di personale sanitario non è un'opinione né una polemica politica: è una realtà che ogni giorno si manifesta negli ospedali, nei pronto soccorso, nelle corsie, nei reparti e negli ambulatori di tutta Italia.

Così il rischio è quello di assistere a un curioso fenomeno tutto italiano: edifici nuovi, insegne scintillanti, inaugurazioni con fotografie di rito e conferenze stampa entusiaste, mentre all'interno si continua a rincorrere professionisti ormai diventati una risorsa rara quanto l'acqua nel deserto.

Il ministro sostiene che le Case di comunità alleggeriranno gli ospedali. È un obiettivo condivisibile. Ma alleggerire un ospedale significa spostare attività, personale e organizzazione sul territorio. Se però il personale manca già negli ospedali, diventa difficile capire da dove dovrebbe arrivare quello destinato alle nuove strutture.

Non è un caso che lo stesso Schillaci, quasi involontariamente, lasci intravedere il problema quando spiega che si sta "ragionando" anche sull'impiego volontario dei medici ospedalieri nelle Case di comunità.

Tradotto dal burocratese all'italiano corrente, significa che ancora non esiste una soluzione definitiva al nodo principale del progetto.

Una frase che vale più di molte dichiarazioni trionfalistiche.

Il ministro rivendica poi di essere "in linea con i target del Pnrr". Anche qui, il lessico amministrativo funziona perfettamente: target raggiunti, documentazione inviata, procedure rispettate, adempimenti completati.

Peccato che i cittadini, quando cercano assistenza sanitaria, raramente chiedano se una pratica burocratica sia stata trasmessa nei tempi previsti da Bruxelles. Più frequentemente chiedono una visita specialistica prima di sei mesi, un medico disponibile, un infermiere che possa assisterli e un servizio realmente operativo.

Il rischio, insomma, è che si finisca per celebrare il raggiungimento degli obiettivi edilizi e amministrativi mentre quelli sanitari rimangono ancora tutti da conquistare.

Schillaci sottolinea inoltre il recente accordo con una parte dei medici di medicina generale, definendolo fondamentale per il funzionamento delle nuove strutture.

L'accordo rappresenta certamente un tassello importante, ma difficilmente può cancellare con un colpo di spugna anni di pensionamenti, carenze di organico, concorsi deserti, difficoltà di reclutamento e crescente fuga di professionisti verso il settore privato o verso l'estero.

La realtà, infatti, continua ostinatamente a essere meno entusiasta dei comunicati ministeriali.

Le Case di comunità possono davvero rappresentare uno degli strumenti più importanti per rilanciare la sanità territoriale. Nessuno mette in discussione il valore dell'idea.

Ciò che suscita più di un sorriso è l'enfasi con cui si celebra un modello che, prima ancora di essere pienamente operativo, viene già presentato come una rivoluzione compiuta.

Perché una rivoluzione sanitaria non si misura dal numero delle strutture inaugurate, ma dal numero di professionisti che riescono concretamente a lavorarci ogni giorno.

Altrimenti il rischio è quello di costruire splendide cattedrali della sanità territoriale destinate a rimanere mezze vuote: edifici modernissimi, pieni di tecnologia e buone intenzioni, ma poveri dell'unica risorsa che nessun Pnrr può sostituire con un decreto o con una conferenza stampa.

In fondo, la medicina continua ad avere una caratteristica sorprendentemente antiquata: per curare le persone servono ancora le persone.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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