Nel febbraio 2026, un post di Matt Shumer ha scosso la rete: “Sta succedendo a me, ma voi sarete i prossimi”. Con oltre 75 milioni di visualizzazioni in due giorni, il creatore di OthersideAI ha messo in luce quello che molti temono ma pochi comprendono appieno: la velocità con cui l’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro e la società supera di gran lunga la capacità di adattamento di individui e istituzioni.

Per la Politica non si tratta più di teorizzare il futuro in base agli schemi preconcetti del Novecento: si tratta di proporre e governare una strategia innovativa che attraversi una generazione intera.

Gli agenti autonomi e i modelli generativi non sono più strumenti sperimentali. Scrivono software complessi, redigono documenti legali, analizzano dati medici e creano contenuti artistici. Il mercato del lavoro cambia in pochi mesi: attività un tempo considerate esclusive competenze umane vengono rapidamente automatizzate. La produttività aumenta, ma il vantaggio si concentra in pochi settori e per pochi individui, creando una polarizzazione sociale senza precedenti.
L’automazione colpisce le mansioni più routinarie e cognitive, ma anche parte dei ruoli professionali più specialistici. Senza intervento pubblico, chi non riesce a stare al passo verrà escluso dal mercato del lavoro.

Qui emerge il nodo fondamentale: gli uomini non sono tutti uguali nell'Era dell'Intelligenza (artificiale), non tutti gli esseri umani hanno le stesse capacità cognitive, molti non riusciranno a stare al passo.
Alcuni apprendono rapidamente, altri hanno bisogno di più tempo o di supporti personalizzati per acquisire nuove competenze, altri proprio non ce la fanno.

La realtà è dura: chi non può competere con i ritmi richiesti dall’apprendimento continuo, o chi non ha accesso a supporti adeguati, rischia di scivolare verso la marginalità. Professioni tradizionali rischiano di scomparire, e chi non riesce a riqualificarsi finirà in quella fascia di popolazione economicamente vulnerabile che oggi chiamiamo poveri. Questo non è un futuro lontano: secondo stime recenti, entro dieci anni fino al 40–50% dei lavori “junior” nelle professioni cognitive potrebbe essere ridondante, a partire da quelle impiegatizie.

La Politica deve accettare questa realtà: l'avvento delle AI riporta in luce che il fattore primario della disuguaglianza sociale non sono la forza bruta o la ricchezza, ma le capacità intellettive. 
E questo cambia radicalmente le coordinate delle pari opportunità e del welfare o del Potere, per come intesi dalle ideologie del Novecento, concentrate sulle 'masse' e sulle 'elite', dimenticando il ceto medio degli artigiani, dei professionisti e dei commercianti, che vivono del proprio know how.

In termini di opportunità, la fine di un ugualitarismo fine a se stesso (e privo di basi scientifiche) implica che non si tratta solo di offrire corsi o strumenti digitali 'a pioggia', ma di progettare percorsi che permettano a chi apprende più lentamente di partecipare effettivamente alla nuova economia e a chi raggiunge solo un'istruzione di base di non restare marginalizzato nella povertà.

Sul fronte del welfare, i sistemi tradizionali non sono pensati per una popolazione che cambia lavoro più volte e necessita di formazione continua. Servono meccanismi flessibili di sostegno, crediti formativi retribuiti, incentivi alla riqualificazione, lavoro socialmente utile e protezioni sociali per chi non riesce a riqualificarsi.
Il reddito di base temporaneo, i crediti formativi retribuiti e i sostegni sociali devono accompagnare chi non riesce a riqualificarsi rapidamente. In parallelo, andrebbero sviluppati percorsi graduali di reinserimento lavorativo e supporti psicologici per gestire stress e ansia legati al cambiamento.

Inoltre, solo una parte dei professionisti potrà essere riqualificata. La politica deve creare programmi intensivi di aggiornamento, mentorship digitale e certificazioni mirate per chi può diventare un moltiplicatore di conoscenze. Per chi non può adattarsi, vanno previsti percorsi alternativi di supporto sociale, con integrazione in attività comunitarie, assistenza e servizi pubblici.

Un aspetto critico particolare riguarda docenti e amministrativi/giuristi, figure centrali nel trasmettere conoscenze e regole. Solo una parte di essi è riqualificabile: molti già da tempo resistono a cambiare metodi di insegnamento abituali o procedure burocratiche consolidate. Senza una strategia mirata, il sistema educativo e quello giuridico rischiano di diventare colli di bottiglia, rallentando non l'avvento delle AI bensì l’adattamento della società nel suo complesso.
In particolare, il modello scolastico tradizionale non è progettato per la velocità di cambiamento tecnologico che ci attende. Non basta aggiornare programmi: servono percorsi multilivello, tutoraggio personalizzato e strumenti digitali adattivi che supportino sia studenti eccellenti sia chi fatica ad apprendere. Percorsi modulari e personalizzati possono consentire a ognuno di acquisire competenze complementari all’IA, riducendo il rischio di esclusione.
Come anche non basta l’università tradizionale. Centri di apprendimento multilivello, tutoraggio avanzato, mentoring digitale e strumenti adattivi devono supportare chi ha difficoltà cognitive. 

E c'è la questione del Potere.
L’IA favorisce economie di scala e di dati. Senza politiche di infrastrutture pubbliche, regolamentazione e antitrust, la concentrazione di potere tecnologico può diventare irreversibile. Allo stesso modo, senza una formazione diffusa, gli algoritmi sofisticati possono generare volumi enormi di "informazione spazzatura" ed influenzare opinione pubblica e processi decisionali molto più che nel secolo scorso.
Come anche senza una PA 'smart' sarà sempre più insoddisfacente la capacità di intercettare abusi come di soddisfare bisogni.
Soprattutto, in una società dove la "carriera" sarà un obiettivo irraggiungibile per tanti, l'attuale modello di propaganda commerciale non potrà continuare a fondarsi su dinamiche come "nuovo o vecchio" o "vincenti o perdenti" o, comunque, "l'erba del vicino è sempre più bella", senza risultare devastante per la coesione sociale, ancora più di adesso.

Non abbiamo più tempo, se già entro 5 anni, una sola legislatura, il cambiamento avviato dalle AI si farà sentire sul lavoro come nell'economia: con le elezioni politiche del 2027 gli italiani sceglieranno se il progresso tecnologico sarà uno strumento di inclusione o un fattore di esclusione.

E non basta dire che "vanno tutelate trasparenza, responsabilità e partecipazione", come arriva da Destra e da Sinistra.

Come fare 'partecipazione', se il Governo ancora non programma un upgrade del sistema d'istruzione e una semplificazione delle procedure legali?
Come fare 'trasparenza' se sindacati e associazioni nel III Millennio ancora non offrono ai lavoratori e ai cittadini un capillare sistema di advocacy e di coperture assicurative per garantirsi i propri diritti, a partire dalla Salute?
Soprattutto, come fare 'responsabilità', se qualche partito ancora oggi cede alla tentazione di prendere voti fomentando antagonismo e faziosità, con buona pace del dialogo costruttivo e della coesione sociale, indispensabili per affrontare il cambiamento tecnologico che ormai è già nelle nostre case e negli ambienti di lavoro tutti?

Serve una politica di buon senso, lungimirante e dialogante, scevra da pregiudizi o identitarismi, per poter concordare tutti insieme le riforme che servono per una formazione efficiente e flessibile, un welfare adattivo e sostenibile, le infrastrutture pubbliche per garantire una regolazione equilibrata e la partecipazione democratica, trasformando l’ansia collettiva in un progetto coerente di sviluppo sociale ed economico.
Solo così sarà possibile guidare la prossima generazione verso un futuro in cui l’innovazione venga tramandata comunque come sinonimo di disuguaglianza, anche se è la Politica a renderci più diseguali di quanto potremmo essere.