Se Gianni Agnelli potesse vedere oggi che fine sta facendo il suo 'impero', probabilmente, si starebbe rivoltando nella tomba! Perché quel che resta della dinastia industriale più influente d’Italia, ora passata agli Elkann, sembra aver imboccato una strada precisa: trasformare un patrimonio simbolico, culturale e popolare in un portafoglio da alleggerire.

Prima la Fiat, svuotata di italianità e definitivamente delocalizzata sotto il cappello asettico di Stellantis. Poi l’editoria: la Repubblica e La Stampa, due pilastri del dibattito pubblico, messi sul mercato come asset qualunque. Ora, addirittura, la Juventus. Non una società sportiva come le altre, ma un pezzo di cuore dell’Avvocato e di milioni di tifosi, un marchio identitario che ha attraversato generazioni.

A questo punto la domanda non è provocatoria, è inevitabile: dopo la Juventus, toccherà anche alla Ferrari?

Il terremoto nasce dall’annuncio di Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether, colosso mondiale delle criptovalute: proposta ufficiale a Exor (la holding di investimento controllata dalla famiglia Agnelli-Elkann che gestisce e controlla le principali partecipazioni del gruppo tra cui Stellantis, Ferrari, CNH Industrial, Iveco e Juventus, operando come cassaforte finanziaria e centro strategico del patrimonio di famiglia) per acquistare l’intera quota della Juventus. Un’offerta tutta in contanti, seguita – se le autorità daranno il via libera – da un’OPA sulle azioni restanti allo stesso prezzo.

Sul tavolo, oltre al controllo del club (il 65,4% oggi in mano a Exor), c’è la promessa di un investimento da un miliardo di euro per riportare la Juve “alla gloria che merita”.

Tether, va ricordato, non è un corpo estraneo: possiede già l’11,5% della società ed è presente in consiglio di amministrazione. Eppure la risposta di Exor è stata glaciale e immediata: “La Juventus non è in vendita”. Una smentita secca, quasi infastidita. Ma che suona più come una posizione difensiva che come una dichiarazione di fede.

Perché i fatti parlano chiaro. Gli insuccessi sportivi si trascinano da anni, la gestione è apparsa spesso confusa, il rapporto con i tifosi logorato. E soprattutto, l’impressione diffusa è che la Juventus non sia più una priorità strategica, bensì un’eredità ingombrante.

Ardoino, nel suo lungo e accurato messaggio, gioca invece la carta dell’identità: la Juventus come scuola di disciplina, resilienza, ambizione silenziosa. Valori che – sostiene – rispecchiano il Dna di Tether. Una narrazione studiata, certo, ma non priva di fascino per una tifoseria stanca di promesse mancate. Il tutto accompagnato da numeri imponenti: Tether è leader mondiale degli stablecoin, fattura miliardi, ha una capitalizzazione superiore ai 140 miliardi di dollari. Non uno sprovveduto di passaggio, insomma.

Resta però la domanda di fondo, quella che nessuna nota ufficiale può eludere: che fine ha fatto la visione dell’Avvocato? Quella in cui industria, sport e cultura non erano semplici voci di bilancio, ma strumenti di costruzione nazionale, di identità collettiva. Oggi sembra dominare un’altra logica: razionalizzare, vendere, monetizzare.

La Juventus, come la Fiat ieri e i giornali prima ancora, rischia di diventare l’ennesimo gioiello di famiglia messo all’asta. E se anche Exor oggi dice “no”, il sospetto è che non sia un no di principio, ma solo di prezzo. In quel caso, più che di una trattativa, si tratterebbe di un epilogo.

E l’Avvocato... continua a girarsi nella tomba!