Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati di salute tra i migliori d'Europa, ma sotto la superficie emergono segnali sempre più preoccupanti. L'Italia vive più a lungo, mantiene una mortalità evitabile tra le più basse del continente e conserva un livello complessivamente elevato di qualità delle cure. Tuttavia cresce il numero di cittadini costretti a rinunciare alle prestazioni sanitarie, diminuiscono medici di famiglia e pediatri, gli ospedali dispongono di sempre meno posti letto e le differenze tra Nord e Sud continuano ad ampliarsi.
È questa la fotografia tracciata dall'Istat durante l'audizione davanti alla XII Commissione Affari sociali della Camera dei deputati nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (LEA). Un'analisi estremamente dettagliata che descrive un sistema sanitario ancora solido negli esiti clinici, ma sottoposto a tensioni strutturali sempre più difficili da ignorare.
Cresce la spesa sanitaria, ma aumentano soprattutto i costi sostenuti dai cittadini
Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana raggiunge i 190,1 miliardi di euro, pari all'8,4% del Prodotto interno lordo. Di questa cifra, 140,8 miliardi provengono dalla spesa pubblica, che rappresenta il 74,1% del totale.
A colpire è però soprattutto la quota pagata direttamente dalle famiglie: ben 42,4 miliardi di euro, pari al 22,3% dell'intera spesa sanitaria nazionale. A questi si aggiungono circa 7 miliardi provenienti da assicurazioni e altri sistemi volontari di finanziamento.
In termini pro capite, la spesa sanitaria è passata dai 2.637 euro del 2019 ai 3.225 euro del 2025. Ogni cittadino beneficia mediamente di:
- 2.388 euro finanziati dalla sanità pubblica;
- 719 euro pagati direttamente di tasca propria;
- 118 euro coperti da fondi e assicurazioni.
Un dato che fotografa con chiarezza un fenomeno sempre più evidente: il peso economico della sanità sulle famiglie italiane continua a crescere.
Ospedali sempre più "snelli": in trent'anni dimezzati i posti letto
Uno degli aspetti più critici evidenziati dall'Istat riguarda l'offerta ospedaliera. Dal 1996 al 2023 i posti letto ordinari sono passati da 358.309 a 176.317, con una riduzione superiore al 50%.
Oggi il tasso nazionale è pari a soli 3 posti letto ogni mille abitanti, un valore inferiore agli standard fissati dal decreto ministeriale 70 del 2015.
Anche qui il divario territoriale è evidente:
- Nord: 3,2 posti letto ogni mille abitanti;
- Centro: 3,0;
- Mezzogiorno: 2,7.
Tra le regioni si passa dai 3,6 posti letto dell'Emilia-Romagna e della Provincia autonoma di Trento ai soli 2,4 della Campania.
Medici di famiglia sempre meno numerosi e sempre più anziani
La medicina territoriale rappresenta probabilmente il settore che più preoccupa. Nel 2024 i medici di medicina generale sono 37.173.
Sono:
- 810 in meno rispetto al 2023;
- 7.764 in meno rispetto a dieci anni fa.
La conseguenza è inevitabile. Sempre più cittadini vengono affidati agli stessi professionisti. Oggi oltre il 54,5% dei medici di famiglia segue più di 1.500 assistiti, praticamente il doppio rispetto al 2014, quando questa situazione riguardava il 28% dei medici.
La situazione è analoga per i pediatri.
Nel 2024 sono 6.496:
- 210 in meno rispetto all'anno precedente;
- 1.219 in meno rispetto al 2014.
Quasi tre pediatri su quattro seguono oltre 800 bambini.
Un esercito di medici vicino alla pensione
Non è soltanto una questione numerica. L'Istat evidenzia anche il forte invecchiamento del personale sanitario.
Tra i medici di famiglia:
- il 32,7% ha tra 65 e 69 anni.
Tra i pediatri:
- il 36,7% appartiene alla stessa fascia d'età.
Al Sud la situazione appare ancora più critica. In Campania quasi la metà dei medici di famiglia ha tra 65 e 69 anni. In Basilicata addirittura il 63,5% dei pediatri appartiene a quella fascia anagrafica.
Anche tra gli specialisti il quadro non cambia. Su quasi 217 mila medici specialisti, il 42,8% ha almeno 60 anni.
Le maggiori criticità riguardano perfino le discipline chirurgiche.
Infermieri insufficienti e forti squilibri territoriali
Nel 2024 operano in Italia circa:
- 343 mila medici attivi;
- quasi 412 mila infermieri.
Gli infermieri sono mediamente sette ogni mille abitanti. Anche in questo caso emergono profonde differenze regionali. Le dotazioni migliori si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano, in Liguria, Emilia-Romagna, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. Le più basse invece riguardano Campania, Calabria e Sicilia.
Gli italiani vivono più a lungo, ma non tutti allo stesso modo
Nonostante le difficoltà organizzative, i risultati sanitari complessivi rimangono molto positivi. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge:
- 83,7 anni complessivi;
- 81,7 per gli uomini;
- 85,7 per le donne.
Ma anche qui il Paese appare spaccato. Si passa dagli 85 anni della Provincia autonoma di Trento agli 82,1 anni della Campania.
Ancora più marcata la differenza negli anni vissuti in buona salute. La media italiana è di 59,1 anni. La Provincia autonoma di Bolzano raggiunge i 67,9 anni. La Calabria si ferma a 52,6.
Le malattie croniche aumentano e il sistema fatica a seguirle
Il 22% degli italiani con almeno 25 anni soffre contemporaneamente di due o più malattie croniche. Le situazioni più difficili si registrano in Liguria, Calabria e Sicilia. È proprio questo uno dei punti centrali messi in evidenza dall'Istat.
L'invecchiamento della popolazione comporta una domanda sanitaria crescente, ma il sistema di finanziamento non sempre segue il reale bisogno di salute.
L'Istituto cita espressamente Calabria e Basilicata come esempi di regioni caratterizzate da elevata multicronicità ma finanziamenti inferiori rispetto ai bisogni assistenziali.
Una considerazione che mette indirettamente in discussione gli attuali criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale.
Quasi sei milioni di italiani rinunciano alle cure
È probabilmente il dato più allarmante dell'intero rapporto. Nel 2024 ben 5 milioni e 800 mila persone hanno rinunciato almeno una volta a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno.
Si tratta del 9,9% della popolazione. Nel 2019 erano il 6,4%.
Le principali cause sono due:
- liste d'attesa troppo lunghe;
- costi ormai troppo elevati.
Le rinunce colpiscono soprattutto:
- le donne (11,4%);
- la fascia tra 45 e 64 anni, dove si raggiunge il 12,6%.
La Sardegna registra i valori più elevati.
Un dato che fotografa uno dei rischi maggiori per il Servizio sanitario nazionale: sulla carta il diritto alle cure rimane universale, ma nella pratica milioni di cittadini non riescono più ad esercitarlo.
È proprio questo il nodo politico più delicato. Se un numero crescente di persone è costretto a rinunciare alle prestazioni per tempi incompatibili con le necessità cliniche o per motivi economici, il principio costituzionale di uguaglianza nell'accesso alle cure rischia di trasformarsi progressivamente in un diritto solo formale. È un terreno sul quale il governo Meloni è stato chiamato e viene chiamato a misurare concretamente l'efficacia delle proprie politiche sanitarie, perché il miglioramento degli indicatori complessivi perde significato se una parte sempre più ampia della popolazione incontra ostacoli nell'accesso ai servizi.
Sanità a due velocità: il Nord continua ad attrarre pazienti
Anche la mobilità sanitaria conferma un'Italia profondamente divisa. Nel 2024 l'8,6% dei ricoveri riguarda pazienti che si curano fuori dalla propria regione. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna restano i principali poli di attrazione.
Al contrario continuano a perdere pazienti Calabria, Campania, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. La Calabria registra una mobilità passiva del 22,8%. La Basilicata arriva al 28,6%. Il Molise raggiunge addirittura il 32,8%.
Numeri che rappresentano molto più di una semplice statistica: raccontano migliaia di famiglie costrette a viaggiare per ottenere cure ritenute migliori o più tempestive.
Buoni risultati clinici, ma il futuro richiede scelte strutturali
L'Istat conferma comunque che l'Italia mantiene uno dei migliori livelli europei di mortalità evitabile. Nel 2023 il tasso è pari a 16 decessi ogni 10 mila abitanti sotto i 75 anni, in ulteriore miglioramento rispetto all'anno precedente.
Anche in questo caso, però, il Mezzogiorno continua a presentare indicatori peggiori rispetto al Nord, con la Campania che mostra le maggiori criticità.
Il rapporto dedica infine attenzione anche agli stili di vita, evidenziando quasi 10 milioni di fumatori, oltre 5,7 milioni di persone obese e livelli di sedentarietà particolarmente elevati nelle regioni meridionali, elementi destinati ad aumentare ulteriormente la pressione sul sistema sanitario nei prossimi anni.
Fonte: www.istat.it/wp-content/uploads/2026/07/Istat-Audizione-Commissione-Affari-Sociali_07-luglio-2026.pdf


