Il Secolo XIX
Onofri: “Ho il Genoa sulla pelle, sogno il mio gol al Milan. E Scoglio era un fenomeno”
Claudio Onofri
Claudio Onofri (a destra) con Franco Scoglio nel 2001
Son cresciuto in piazza Enrico Toti a Torino dove a 12 anni ho capito, o perlomeno speravo, di fare quello che poi è avvenuto: dare calci a un pallone senza fargli male, anzi accarezzandolo il più possibile e sentire un applauso per una giocata, così come avveniva appunto di fronte casa mia, con le porte formate da piccole querce allineate, dove quando facevo un gol, un assist o un dribbling sentivo i passanti vociferare “ah chiel la l'é pròpi brav a tòcca bin ël balon!”.
uscivo da scuola andavo a casa a mangiare un boccone e poi uscivo subito, con mia madre arrabbiatissima che mi urlava «devi studiare dove vai ?»; risposta in romanesco, nostra città nativa, «a ma’ vado a gioca’ a pallone, è l’unica cosa che me piace fa’». Idem la domenica, «devi andare a messa capito?» e io «certo che sì ma’» e m’avviavo verso Chiesa Santa Giulia, ma perché c’era l’oratorio con un bel campetto dove giocavo due orette con gli amici. Da quegli inizi, passando dal Vanchiglia - storica squadra dilettanti torinese con settore giovanile stratosferico e l’allenatore Bruno Dalla Riva divenuto subito mio papà - all’onore di indossare i colori di squadre che hanno fatto la storia del calcio: granata e rossoblù.
Sulla prima, aggiunto sul petto, lo scudetto Primavera vinto nel 1968 e il fascino di potermi cambiare negli spogliatoi del Filadelfia, quelli dove anni addietro lo faceva un certo Valentino Mazzola! E la divisa del Genoa la considero la mia “seconda pelle”, fatta anche di 215 presenze e più di 150 con la fascia da capitano. Ho una foto attaccata sul muro dietro il letto e quando mi sveglio la prima cosa che guardo è proprio quella, con grande nostalgia e tanto affetto, in ginocchio sotto la Gradinata Nord dopo aver segnato di testa niente meno che al Milan.
Finito di dare calci a una palla sono diventate più problematiche le scelte da fare, iniziando dalla panchina, “mestiere” di allenatore che mi piaceva un sacco e riguardo il quale mi sentivo anche portato professionalmente, ma non caratterialmente in quanto dopo ogni sconfitta dormivo 20 minuti a notte pensando e ripensando a cosa era successo, come e perché.
Il mio ruolo ideale era fare il secondo e fu intuito nel Genoa quando ero capo scouting e venne esonerato Bruno Bolchi richiamando l’icona rossoblù Franco Scoglio. Il quale quando non fece salti di gioia quando gli venne comunicato che sarei stato io il suo aiutante, però poi l’accettò. Nel giro di un mese al massimo diventiamo amici per la pelle e io, che per la verità mi aspettavo solo un gran affabulatore e uno psicologo ma niente di che come mister, scopro un fenomeno dal punto di vista tattico, con una straordinaria visione abbinata ad allenamenti che avevo visto attuare, con metodi diversi, solo ad Arrigo Sacchi.
Poi nel tempo scopro che ho attitudine nel commentare, per iscritto o a voce in diretta quello che sta accadendo sul campo da gioco. Quindici anni con Sky a girare l’Italia tra Serie A e B e l’Europa per le gare Uefa delle italiane, oltre descrivere da tanti anni oramai e con enorme piacere per il Secolo XIX (buon compleanno per i tuoi 140 anni, patrimonio da salvare per le nuove generazioni), che era stata la primaria lettura per me nei post partita quando giocavo ed allenavo.
E tornando a quei tempi, dimenticavo il fatto più importante che mi ha legato indissolubilmente al Genoa. Dopo le prime due stagioni sotto la Lanterna, convocato anche nella Nazionale Sperimentale che doveva produrre il contorno della rosa che sarebbe andata ai Mondiali in Argentina, proprio il Toro mi “riprende” pagandomi un miliardo di lire, il cartellino di Fabrizio Gorin - in seguito diventato mio amico del cuore - e metà di quello di Marco Masi: l’allenatore granata Radice mi aveva visto giocare nei due scontri in campionato sia da centrocampista che libero e aveva invitato al presidente Pianelli ad acquistarmi visto che noi (sigh) eravamo retrocessi.
Qui entra in scena un aspetto che può coinvolgere tutti i calciatori: l’emotività che a volte ne determina in qualche modo il rendimento. Io a Torino ero a casa, mio padre si era trasferito per lavoro da Roma a Turin perché la sorella di mamma Giuseppina, Luigia, si sposava con un torinese e a quei tempi il legame familiare predisponeva anche questo, dunque tutta la famiglia unita ad accompagnarla.
Beh questa situazione, che in teoria avrebbe dovuto rivelarsi positiva, mi faceva male mentalmente visto che tutti gli amici e gli ex compagni del Vanchiglia venivano a vedermi la domenica e mi sentivo molto teso per non deluderli. A fine stagione il Toro non mi conferma. Mi volevano Fiorentina e Bologna, in A.
Ma mi chiama al telefono, non cellulare, Sciu Rensu e mi chiede se voglio tornare a giocare in rossoblù in B e tentare di risalire insieme in A. Non ci penso un minuto, accetto la proposta, perché dentro di me avevo capito che Genova e il Genoa sarebbero diventate la mia vita, non solo calcistica.


