Nel 2022 Giorgia Meloni e Matteo Salvini promettevano di superare la legge Fornero e di intervenire sulle accise dei carburanti. A distanza di 4 anni, quelle promesse restano disattese. E mentre la riforma strutturale delle pensioni non è arrivata, il sistema previdenziale si prepara a un nuovo cambiamento che rischia di penalizzare chi andrà in pensione dal 2027.
Dal primo gennaio si andrà in pensione un mese più tardi rispetto a quest'anno mentre gli assegni, a parità di età di uscita, saranno più bassi, dacchè entreranno in vigore coefficienti di trasformazione più bassi per tutte le età considerate. L'anno prossimo, infatti, scatterà la modifica biennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo che lega il trattamento pensionistico all'aspettativa di vita. In pratica con lo stesso montante contributivo e la stessa età di pensionamento la pensione che si riceverà sarà più bassa rispetto a quella calcolata con i coefficienti attuali.
A 67 anni, per esempio, il coefficiente scenderà dal 5,608% al 5,514%. Su un montante contributivo di 100 mila euro, significa circa 94 euro lordi in meno all’anno. Una riduzione che può sembrare contenuta, ma che cresce al crescere del montante e che si inserisce in un quadro previdenziale già difficile per molti lavoratori.
La riduzione riguarda tutte le età indicate. In termini percentuali, la flessione del coefficiente varia da circa l’1,2% a 57 anni a quasi il 2% a 71 anni. Chi rinvia il pensionamento beneficia comunque di un coefficiente più elevato rispetto a chi esce prima, ma subisce la riduzione rispetto ai valori del biennio precedente.
Non si tratta di un taglio deciso discrezionalmente dal governo Meloni, bensì dell’effetto dell’aggiornamento biennale previsto dalla normativa, che tiene conto dei parametri demografici. Questo, però, non cancella il problema politico: il governo aveva promesso di cambiare le regole della previdenza, ma non ha realizzato il superamento della legge Fornero e non ha impedito che il sistema continuasse a esporre i futuri pensionati a questi meccanismi.
Quanto si perde concretamente sulla pensione?
Per capire l’effetto della revisione, basta considerare un montante contributivo di 100 mila euro. Applicando il coefficiente di trasformazione si ottiene la pensione annua lorda, da dividere per 13 mensilità.
Gli importi sono proporzionali al montante: con 300 mila euro, per esempio, la pensione annua lorda a 67 anni e un mese nel 2027 sarebbe di circa 16.590 euro, contro 16.824 euro applicando il coefficiente del 2026 a 67 anni. La differenza è di 234 euro lordi all’anno, pur considerando che l’età di uscita nei due casi non è identica.
Il confronto va quindi letto con attenzione: i requisiti pensionistici e l’età effettiva di decorrenza possono cambiare da un anno all’altro. Non è soltanto il coefficiente a determinare l’importo finale, ma resta un fattore importante nel calcolo della pensione contributiva.
A rendere il quadro ancora più difficile contribuirà l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, con un mese in più previsto dal 2027 per le principali forme di pensionamento, salvo le esenzioni stabilite. Si rischia così di dover lavorare più a lungo e di ottenere, a parità di montante e di età di uscita, una rendita più bassa rispetto al biennio precedente.
È importante chiarire che i nuovi coefficienti non riducono automaticamente tutte le pensioni. Incidono soltanto sulla quota contributiva: per chi ha iniziato a versare dal 1996, questa coincide con l’intero assegno; per molti lavoratori con anzianità contributiva precedente, riguarda soltanto una parte della pensione. Gli assegni già in pagamento non vengono ricalcolati per effetto di questa revisione.
Resta, tuttavia, una questione di equità e credibilità. Chi ha lavorato e versato contributi per decenni ha diritto a regole comprensibili e a prospettive previdenziali affidabili. Non bastano misure temporanee o interventi di portata limitata: serve una strategia che affronti il lavoro precario, i salari insufficienti, le carriere discontinue e il rischio concreto di pensioni future inadeguate.
Le promesse elettorali si misurano con i risultati, non con gli slogan. La legge Fornero non è stata superata e le accise non sono state abolite. Nel frattempo, per molti futuri pensionati, l’assegno rischia di essere più leggero e l’attesa per uscire dal lavoro più lunga. È su questo scarto tra promesse e realtà che il governo dovrebbe rispondere ai cittadini.


