Dopo anni di indagini, dossier internazionali e silenzi diplomatici, la Corte penale internazionale ha finalmente ottenuto l'arresto di uno dei suoi principali obiettivi: Khaled al Hisri, noto come “Al Buti”, è stato catturato ieri nell'aeroporto di Berlino-Brandeburgo mentre tentava di imbarcarsi su un volo per Tunisi. L'arresto, eseguito su mandato dell'Aja, è stato confermato dalla procura di Brandeburgo ed è stato anticipato in Italia dal quotidiano Avvenire.

Al Buti è una figura chiave nelle milizie libiche ed è considerato uno degli uomini di fiducia del generale Usama Almasri, arrestato a Torino a gennaio, ma rimandato frettolosamente in Libia nonostante l'ordine internazionale di cattura. Come Almasri, anche Al Buti è stato identificato in diversi rapporti ONU come uno dei comandanti della famigerata prigione di Mitiga, gestita dalla forza speciale Rada, accusata di detenzioni arbitrarie, torture e violenze sessuali sistematiche contro i prigionieri, in particolare donne.

Il suo nome figurava nei dossier del “Panel of Experts” delle Nazioni Unite sin dal 2018. Gli ispettori Onu avevano più volte cercato un confronto con la sua milizia, senza mai ricevere risposta. Ora, però, la sua cattura riapre il capitolo giudiziario su una delle vicende più gravi e oscure della recente storia libica.

La Germania, a differenza dell'Italia, sembra voler rispettare le procedure previste dal mandato dell'Aja. Ma l'estradizione non è automatica: Berlino dovrà formalizzare la convalida del fermo e decidere se consegnare Al Buti alla Corte penale internazionale. Fino ad allora, il silenzio istituzionale regna. L'Aja non ha rilasciato comunicazioni ufficiali, e le richieste dei media rimangono inevase. Un atteggiamento prudente, dettato dalle delicate interlocuzioni diplomatiche in corso.

L'arresto è stato commentato con favore da molte organizzazioni per i diritti umani e da esponenti politici italiani dell'opposizione, che hanno colto l'occasione per criticare duramente la gestione italiana del caso Almasri. «Siamo curiosi di vedere come si comporteranno a Berlino», ha dichiarato Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, «dopo il vergognoso comportamento dei ministri Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Mantovano». Anche Matteo Renzi ha attaccato frontalmente il governo Meloni, contrapponendo l'atteggiamento tedesco a quello italiano: «Su questa vicenda si misura la differenza tra il cancelliere Merz e la presidente Meloni».

Luca Casarini, capomissione di “Mediterranea”, ha sottolineato la contraddizione: «La milizia Rada, a cui appartiene Al Hisri, è usata da Italia e Unione Europea per contenere i flussi migratori, ma è di fatto una banda criminale riconosciuta come tale dalla giustizia internazionale».

Nel frattempo, a Roma, il Tribunale dei ministri sta per chiudere l'indagine sulle presunte responsabilità del governo italiano nella liberazione di Almasri. Se verranno accertate irregolarità, si aprirebbe un ulteriore fronte giudiziario, stavolta tutto interno.

Con l'arresto di Al Buti, il Tribunale dell'Aja potrebbe finalmente avviare un processo sui crimini commessi in Libia. Secondo il diritto internazionale, senza la presenza degli imputati, il procedimento non può partire. E questa volta la giustizia internazionale sembra avere un'occasione concreta per rompere l'impunità che, per troppo tempo, ha protetto i carnefici libici. Resta da vedere se la Germania avrà il coraggio politico e giuridico di completare l'operazione, o se cederà alle pressioni geopolitiche, come già avvenuto altrove.