Volodymyr Zelensky è arrivato alla Casa Bianca per chiedere missili Tomahawk, ma ancora una volta la storia sembra girare contro di lui. Mentre l'Ucraina continua a difendersi da un'invasione che dura da oltre tre anni, Donald Trump preferisce flirtare con Vladimir Putin.
La notizia di un prossimo vertice tra i due, previsto a Budapest con la regia di Viktor Orban (tre autocrati di prim'ordine), getta un'ombra pesante sulla possibilità che Kiev ottenga le armi necessarie per difendersi.
Il faccia a faccia tra Zelensky e Trump, previsto in tono minore – un pranzo in una sala del gabinetto, non il prestigioso Ufficio Ovale – mostra quanto poco conti ormai la causa ucraina per la nuova amministrazione statunitense. Trump parla di "fare affari", come se la guerra fosse un contratto da chiudere al miglior offerente.
L'illusione della “pace”
Trump si autoproclama “uomo di pace”, in corsa per il Nobel, ma ogni sua mossa odora di compromesso a vantaggio di Mosca. Dopo una telefonata di due ore con Putin, il tycoon ha annunciato un nuovo vertice, lasciando intendere che la “pace” arriverà con un accordo diretto tra Washington e il Cremlino – senza Kiev al tavolo.
In realtà, la “pace” di Trump è solo un modo elegante per dire resa ucraina.
L'Unione Europea, come al solito, balbetta: “Bene i colloqui se porteranno alla pace”, dicono i portavoce di Bruxelles. Ma di quale pace parliamo? Di quella costruita sulla pelle di chi resiste da anni sotto le bombe russe?
Mosca guadagna tempo, Kiev perde terreno
Mentre gli Stati Uniti discutono e i diplomatici brindano, Putin continua a rosicchiare territorio. Cinquemila chilometri quadrati solo nel 2025, secondo i dati ucraini: un altro uno per cento del Paese è finito sotto il controllo russo.
Eppure, l'Ucraina resiste. Il comandante in capo Syrsky ha dichiarato che l'offensiva russa “è fallita”. Ma per mantenere questa posizione servono armi.
I Tomahawk potrebbero cambiare gli equilibri – non con un colpo magico, ma col logoramento costante del sistema militare-industriale russo. Eppure, ogni volta che si parla di inviarle, Putin chiama Trump. E Trump, puntualmente, si ferma.
La tattica del rinvio
Gli analisti lo dicono chiaramente: l'apertura diplomatica di Putin è solo una tattica per guadagnare tempo. Lo scopo è impedire la consegna dei missili a Kiev. Trump sembra ben felice di giocare questo gioco.
È già successo: minacciare la Russia a parole e poi tirarsi indietro dopo una chiacchierata “cordiale” con il Cremlino. Il copione non cambia. Così, le possibilità di spingere la Russia a prendere sul serio un cessate il fuoco si stanno progressivamente riducendo.
Zelensky isolato, ma non sconfitto
Zelensky lo sa. Dopo l'illusione del vertice in Alaska e le promesse mai mantenute, ora parla di “Mosca che corre al dialogo appena sente la parola Tomahawk”. Sa che Putin non vuole la pace: vuole che l'Ucraina resti disarmata.
E sa anche che per Trump, la guerra in Ucraina è solo una pedina da usare nella sua partita personale per sembrare “l'uomo che ferma le guerre”.
Ma mentre lui gioca a fare il pacificatore, gli ucraini muoiono, le città vengono bombardate e l'Europa si abitua all'orrore quotidiano.
Ogni nuovo vertice tra Trump e Putin è un colpo basso per Kiev. Ogni “dialogo” che non preveda l'invio immediato di armi è un regalo a Mosca.
Zelensky è andato a Washington per chiedere missili, non compassione. E se l'America sceglie di chiudere gli occhi per non disturbare Putin, allora il messaggio è chiaro: la democrazia vale finché non costa troppo.


