Nei primi otto mesi dell’anno le fiamme hanno devastato nell’Unione europea una superficie più che doppia rispetto alla media degli ultimi vent’anni. L’Oms avverte: con temperature più alte e periodi siccitosi più frequenti, gli incendi non sono più soltanto un’emergenza ambientale ma una minaccia crescente per la salute pubblica. E anche regioni tradizionalmente fresche e umide stanno diventando vulnerabili.

L’Europa continua a bruciare. Nei primi otto mesi del 2026 gli incendi hanno interessato oltre 640mila ettari di territorio nell’Unione europea, confermando una stagione ancora una volta eccezionale per estensione delle aree percorse dal fuoco.

Secondo l’ultimo aggiornamento del Joint Research Centre della Commissione europea, al 31 agosto risultavano bruciati 643.085 ettari. Il bilancio resta inferiore a quello del 2025, indicato come il peggiore anno mai registrato, ma è largamente superiore ai valori medi degli ultimi due decenni. I dati del sistema europeo EFFIS mostrano quindi che quella che fino a pochi anni fa poteva essere considerata un’anomalia sta assumendo sempre più i caratteri di un problema strutturale. 

A lanciare l'allarme è anche l’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa. La maggior parte degli incendi europei continua ad avere origine nell’attività umana, volontaria o accidentale, ma sono le condizioni nelle quali le fiamme si sviluppano a essere cambiate: temperature più alte, vegetazione più secca, periodi prolungati senza precipitazioni e trasformazioni nell’uso del suolo favoriscono incendi più rapidi, estesi e difficili da controllare. 

Il fuoco non è più soltanto un problema del Mediterraneo

Spagna, Francia, Italia, Grecia e Portogallo restano tra i Paesi europei maggiormente esposti. Ma il dato nuovo è soprattutto geografico.

Secondo l’Oms, condizioni estremamente secche stanno aumentando il rischio anche nell’Europa occidentale e centrale, comprese le Isole Britanniche e parti della Scandinavia meridionale. Non significa che Scozia, Irlanda o Nord Europa stiano diventando climaticamente identici al Mediterraneo, ma che si stanno aprendo con maggiore frequenza periodi durante i quali anche vegetazione normalmente verde e umida diventa sufficientemente secca da alimentare incendi di grandi dimensioni. (World Health Organization)

L’esempio più evidente dell’estate 2026 è arrivato dalla Scozia.

Il 15 luglio un vasto incendio è scoppiato nei Cairngorms, nei pressi di Ryvoan Bothy e Glenmore. L'emergenza si è trasformata in una delle operazioni antincendio più impegnative degli ultimi anni nel Paese: nel corso dell'intervento sono stati mobilitati oltre 500 vigili del fuoco, insieme a elicotteri, mezzi specializzati, veicoli fuoristrada e personale di numerose altre organizzazioni. (Fire Scotland)

Il 24 luglio, dopo un improvviso peggioramento provocato dai forti venti, le fiamme hanno ripreso vigore dirigendosi verso Nethy Bridge. La polizia ha dichiarato il “major incident” e disposto, in via precauzionale, l’evacuazione degli abitanti. Soltanto il giorno successivo, dopo la realizzazione di fasce tagliafuoco e il miglioramento della situazione, i residenti hanno potuto fare ritorno nelle proprie abitazioni. (Fire Scotland)

Un incendio in una zona che nell'immaginario collettivo europeo difficilmente viene associata ai grandi roghi estivi è un segnale difficile da ignorare.


Incendi e cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non accende materialmente la maggior parte degli incendi. A farlo restano soprattutto le persone, attraverso comportamenti negligenti, incidenti o atti deliberati. Ma il riscaldamento del clima modifica profondamente l'ambiente nel quale una scintilla può trasformarsi in un grande incendio.

Più caldo significa maggiore evaporazione dell'acqua dal terreno e dalla vegetazione. Periodi più lunghi senza pioggia significano più materiale secco disponibile. Temperature elevate e vento possono poi moltiplicare la velocità di propagazione delle fiamme.

È esattamente questa combinazione a preoccupare le autorità sanitarie europee.

L'Oms avverte inoltre che nei prossimi mesi il quadro potrebbe essere influenzato dallo sviluppo di El Niño, il fenomeno climatico naturale del Pacifico capace di modificare su vasta scala temperature e precipitazioni e di contribuire alla probabilità di eventi climatici estremi. 

Non solo boschi: il problema riguarda direttamente la salute

C'è poi un aspetto che spesso passa in secondo piano davanti alle immagini delle foreste in fiamme: un grande incendio è anche un'emergenza sanitaria.

Il fumo prodotto dagli incendi contiene particolato e numerose sostanze inquinanti. Può provocare irritazioni agli occhi e alle vie respiratorie, peggiorare asma e altre patologie polmonari e contribuire a conseguenze cardiovascolari. Le particelle più piccole possono penetrare profondamente nei polmoni e raggiungere il flusso sanguigno. Inoltre il fumo può essere trasportato per centinaia di chilometri, interessando popolazioni molto lontane dalla zona direttamente colpita dalle fiamme. (World Health Organization)

Per questo l'Oms considera ormai gli incendi una questione che riguarda direttamente anche ospedali, servizi territoriali, protezione civile e sistemi di prevenzione sanitaria.

«Il caldo estremo e gli incendi boschivi non sono più soltanto emergenze ambientali», ha sottolineato Tanja Schmidt, responsabile per la preparazione e le capacità legate al Regolamento sanitario internazionale dell'Oms Europa: sono minacce crescenti che incidono direttamente sulla salute delle persone e sulla capacità dei sistemi sanitari di rispondere alle emergenze. (World Health Organization)


Prepararsi prima che inizi l'incendio

Il punto centrale dell'allarme dell'Oms è proprio questo: non è più sufficiente intervenire quando le fiamme sono già divampate.

La prevenzione passa dalla gestione dei boschi e della vegetazione, dalla pianificazione del territorio, dalla disponibilità di infrastrutture antincendio, dai sistemi di allerta precoce e dalla preparazione degli ospedali a eventi che possono contemporaneamente provocare ustioni, problemi respiratori, evacuazioni e interruzioni dei servizi essenziali.

L'Oms sta promuovendo anche la metodologia STAR, Strategic Toolkit for Assessing Risks, attraverso la quale autorità sanitarie e altri settori possono valutare insieme i principali pericoli per una popolazione e stabilire in anticipo le priorità di intervento. Dal 2018 l'organizzazione ha realizzato 38 workshop nazionali di valutazione strategica del rischio nella regione europea.

La questione riguarda anche i comportamenti individuali: nei periodi caratterizzati da caldo, siccità e vento diventano particolarmente pericolosi falò, barbecue accesi in zone sensibili, mozziconi e qualsiasi altra possibile fonte di innesco.

Ma ridurre tutto alla prudenza dei cittadini sarebbe insufficiente.

Con oltre 640mila ettari già bruciati nell'Unione europea nel 2026, il messaggio che arriva dai dati è più ampio: l'Europa deve adattare territori, servizi di emergenza e sistemi sanitari a un rischio che sta diventando più frequente e che non riguarda più soltanto il Mediterraneo.

Il cambiamento più significativo potrebbe essere proprio questo. La domanda non è più soltanto quali Paesi europei siano tradizionalmente esposti agli incendi, ma quali territori possano trovarsi, durante la prossima ondata di caldo e siccità, nelle condizioni adatte per bruciare.