Stati Uniti, ritorno al passato: Trump riapre alla pena di morte “Medievale” tra plotone di esecuzione, sedia elettrica e gas
Il Dipartimento di Giustizia prepara nuovi metodi di esecuzione per aggirare la mancanza di farmaci. Una scelta che divide e riporta l’America fuori dal perimetro dei diritti occidentali.
Il progresso che arretra. È questa l’immagine più nitida che arriva dagli Stati Uniti, dove l’amministrazione di Donald Trump ha deciso di riportare in auge metodi di esecuzione che sembravano relegati ai manuali di storia: fucilazione, elettrocuzione, asfissia con gas. Non un incidente, non una forzatura isolata, ma una scelta politica precisa, rivendicata e messa nero su bianco in un rapporto del Dipartimento di Giustizia. Una decisione che non solo riapre il dossier sulla pena di morte federale, ma lo fa nel modo più brutale possibile, piegando la giustizia alle esigenze logistiche e ideologiche del potere.
L’argomento ufficiale è quasi grottesco nella sua semplicità: mancano i farmaci per le iniezioni letali. Le aziende farmaceutiche – molte europee – si rifiutano di fornire sostanze destinate alle esecuzioni, anche per rispettare normative e divieti internazionali. E allora la risposta dell’amministrazione Trump qual è? Non mettere in discussione la pena capitale, non interrogarsi sull’efficacia o sull’etica di un sistema che uccide in nome dello Stato. No. La risposta è tornare indietro di un secolo, riesumare il plotone di esecuzione e introdurre nuove tecniche come l’asfissia da azoto, già sperimentata dall’Alabama nel 2024.
Il rapporto, firmato dall’Attorney General ad interim Todd Blanche, non lascia spazio a interpretazioni: l’obiettivo è garantire che le esecuzioni possano continuare “anche se un farmaco specifico non è disponibile”. Tradotto: la macchina della morte deve funzionare a ogni costo. Non importa come.
Il contesto politico è altrettanto chiaro. Trump mantiene una promessa elettorale e rilancia la pena di morte federale dopo la moratoria introdotta dall’amministrazione Biden, che aveva commutato 37 delle 40 condanne capitali esistenti. Restano tre detenuti nel braccio della morte federale, colpevoli di crimini efferati come l’attentato alla maratona di Boston o la strage nella sinagoga di Pittsburgh. Ma il punto non è la colpa o l’innocenza dei singoli. Il punto è il messaggio politico: lo Stato torna a uccidere, e lo fa con strumenti sempre più discutibili.
Qui emerge la contraddizione più evidente. Gli Stati Uniti si presentano come baluardo dei diritti umani nel mondo, ma restano tra i pochissimi Paesi occidentali a mantenere la pena capitale. E ora, invece di ridurne l’uso, la rilanciano con metodi che evocano immagini di violenza istituzionalizzata. Non è solo una questione giuridica, è una questione di credibilità internazionale.
Non sorprende che le critiche siano state immediate. L’American Civil Liberties Union ha parlato apertamente di pratiche “crude e inutilmente dolorose”, mentre il senatore Dick Durbin ha definito la pena di morte “barbara, immorale e discriminatoria”. Parole pesanti, che fotografano una realtà scomoda: negli Stati Uniti la giustizia capitale colpisce in modo sproporzionato le minoranze e i più vulnerabili.
Eppure, nonostante il calo del consenso – oggi poco più della metà degli americani sostiene la pena di morte – la politica continua a usarla come strumento simbolico, una leva per dimostrare fermezza e raccogliere consenso. È una scorciatoia pericolosa, che trasforma la giustizia in spettacolo e il dolore delle vittime in argomento elettorale.
L’aspetto più inquietante riguarda però le implicazioni future. Ogni nuovo metodo di esecuzione apre inevitabilmente la strada a battaglie legali, ricorsi, sospensioni. Ma la Corte Suprema, storicamente, non ha mai dichiarato incostituzionale un metodo di esecuzione. Questo significa che, salvo clamorosi cambiamenti, il sistema continuerà ad adattarsi, a reinventarsi, pur di sopravvivere. Anche al prezzo di aumentare il rischio di esecuzioni fallite, di sofferenze prolungate, di errori irreversibili.
Chi ci guadagna? Politicamente, chi costruisce consenso sulla paura e sulla punizione esemplare. Chi ci perde? La credibilità delle istituzioni, il principio di umanità della pena, e in ultima analisi lo Stato di diritto.
Perché la verità, per quanto scomoda, è semplice: quando uno Stato deve ricorrere a metodi sempre più estremi per uccidere, non sta dimostrando forza. Sta mostrando il proprio fallimento.
E allora la domanda finale è inevitabile: è davvero questa la giustizia che una democrazia del XXI secolo dovrebbe difendere? Oppure siamo di fronte a un ritorno pericoloso a un passato che pensavamo di aver definitivamente superato?
“Uccidere in nome della legge non rende la legge più giusta: la rende solo più violenta.”