Salute

Bonus sanità

Sia nel dibattito politico sia in quello informativo è ricorrente la lamentela sull’inadempienza del Servizio Sanitario Nazionale nei confronti dei 6 milioni di italiani che non riescono a curarsi.

Visto che 53 milioni di cittadini riescono comunque ad accedere alle cure, significa che una soluzione esiste e consiste nell’utilizzo di strutture o prestazioni private a pagamento, a integrazione di quanto il sistema pubblico non riesce a garantire.

In altri termini, le attuali risorse pubbliche disponibili non riescono a soddisfare completamente la domanda e, nell’attesa che il problema venga risolto, è normale che i pazienti cerchino e trovino percorsi alternativi.

Negli attuali 135 miliardi di euro l’anno spesi per il Servizio Sanitario Pubblico sono inclusi i pagamenti di:

  • Medici di base che hanno un rapporto libero professionale con le ASL;
  • Ospedali, case di cura e studi medici convenzionati interamente gestiti da privati;
  • Farmaci, farmacie e farmacisti, che rappresentano il trionfo del privato e del profitto;
  • Servizi non sanitari (mense, pulizie, lavanderia, manutenzioni ordinarie e straordinarie, trasporto dei pazienti, vigilanza), tutti affidati in appalto a ditte esterne;
  • Acquisti di beni e servizi per investimenti da effettuare necessariamente sul mercato.

Tutto quanto sopra rappresenta oltre il 70% del totale. A questo occorre aggiungere i 43 miliardi di euro spesi dal privato al privato. Per completare il quadro mancano invece le cure per gli incapienti.

I numeri dimostrano la limitata presenza del “pubblico” nella gestione complessiva della sanità e pertanto occorre prendere atto della situazione esistente, ponendo fine anche al secondo slogan ricorrente sulla presunta negatività del ricorso al privato che, anche se non gradito, in molti casi contribuisce a risolvere il problema.

Per chi non riesce a sostenere il relativo onere economico si può introdurre il Bonus Sanità.

Si aggiungerebbe ai numerosi bonus già esistenti, con una differenza sostanziale: questo è previsto dalla Costituzione, all’articolo 32, dove viene detto esplicitamente che: “le cure per gli indigenti sono gratuite”.

Si tratta di creare una carta prepagata (potrebbe essere la stessa tessera sanitaria) da assegnare a chi si trova in condizioni economiche inferiori a un ISEE prefissato e utilizzabile in tutti quei casi in cui il SSN non riesce a garantire la prestazione richiesta in termini di spazio (distanza dalla residenza) o di tempo (attesa necessaria per ottenere la prestazione).

È un costo aggiuntivo, ma dovrebbe avere un peso limitato sul totale perché si tratta di curare patologie non gravi. Se non fosse così, si assisterebbe ogni anno a una vera emergenza sanitaria, mentre i principali macro-indicatori risultano positivi:

  • La speranza di vita è stabile sugli 84 anni ed è superiore di due anni rispetto alla media europea;
  • L’indice di mortalità, pari a 11,2 decessi ogni 1.000 abitanti, è rientrato dopo il periodo Covid ai valori del passato, ma risulta più positivo considerando che l’età media degli italiani continua ad aumentare;
  • La mortalità evitabile, ossia il numero di decessi sotto i 75 anni che potevano essere evitati o spostati nel tempo attraverso interventi sanitari efficienti ed efficaci, vale 17,7 casi ogni 10.000 abitanti ed è una delle percentuali più basse d’Europa, collocando l’Italia al secondo posto in classifica dopo la Svezia;
  • Le malattie gravi, come i tumori, sono sempre più curabili. Il recente rapporto sulla cura dei tumori (https://www.aiom.it/tumori-nel-2025-in-italia...) evidenzia un miglioramento continuo, più o meno significativo a seconda delle diverse patologie riscontrate, anche se resta purtroppo costante il numero dei nuovi casi.

Il Bonus Sanità rimane comunque compatibile con le attività di miglioramento della sanità territoriale, come le Case della Comunità che, quando saranno pienamente operative, ne ridurranno certamente l’utilizzo perché molte delle carenze oggi riscontrate rientrano proprio nell’ambito di questo tipo di servizio.

I vantaggi immediati sarebbero:

  • Conoscenza della quantità e della qualità delle patologie in sofferenza, superando l’attuale dato generico e prevalentemente statistico;
  • Definizione dell’entità della spesa aggiuntiva, che potrebbe anche compensare quella maggiore derivante dal ritardo nella cura;
  • Costi documentati e tracciabili, che consentirebbero di individuare dove, quando e da chi è stata effettuata la prestazione.

La sanità non ha un budget rigido da rispettare: il periodo Covid lo ha dimostrato. Pertanto, dove è pubblica, deve sostenere i costi necessari indipendentemente dalla provenienza delle risorse, con l’obiettivo di curare tutti.

La malattia condiziona infatti la libertà individuale di agire, crea disagi ai familiari e sul lavoro e, soprattutto, genera disuguaglianze.

Trattandosi quindi di un obbligo dello Stato, chiaramente precisato nell’articolo 32 della Costituzione, le risorse economiche necessarie devono essere individuate attraverso la fiscalità generale, attuando una riforma attesa ormai da troppo tempo.

Rimane infatti irrisolto il problema di chi ha pagato per una vita tasse di ogni genere e, per evitare nove mesi di attesa, deve oggi pagare 150 euro per una visita ortopedica oppure, peggio ancora, 43 euro di ticket per una radiografia che privatamente, con appuntamento il giorno successivo e magari vicino casa, può costare appena 50 euro.

Autore edobruno
Categoria Salute
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