Amnesty, a proposito del ddl antisemitismo approvato in prima lettura al Senato...
A seguito dell'adozione, da parte della Commissione affari costituzionali del Senato, del ddl n.1004 contenente disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo, Amnesty International Italia ha reso noto questo commento:
“In primo luogo, è preoccupante che tutte le attività e misure della legge rimangano ancorate alla definizione operativa dell'Alleanza internazionale per il ricordo dell'Olocausto (Ihra), inclusi i suoi indicatori. In pratica, il ddl fa della definizione dell'Ihra – che gli stessi estensori hanno invitato a non trasformare in legge e a non utilizzare in contesti di formazione universitaria visto il rischio che si trasformi in strumento di censura e di repressione – il punto di riferimento per interventi nell'ambito culturale ed educativo, per il monitoraggio, per le misure atte a contrastare la diffusione di un linguaggio antisemita sulle piattaforme social e per ulteriori ambiti applicativi. Le iniziative di formazione riguardano anche le forze di polizia, le forze armate, il personale prefettizio e la magistratura e le attività associative sportive, estendendo di fatto la definizione dell'Ihra all'interezza della vita civile e alle istituzioni dello stato come strumento di formazione e monitoraggio, creando una situazione senza precedenti”.“È utile ricordare che, sulla base di tale definizione, le attuali attività di monitoraggio già qualificano il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) come una forma di lotta antisemita contro Israele. Allo stesso modo, sempre in base alla definizione dell'Ihra, vengono ricondotti tra le matrici del cosiddetto antisemitismo moderno anche alcuni rapporti critici sulle politiche israeliane, tra cui il rapporto di Amnesty International sulle violazioni della Convenzione sul Genocidio da parte dello stato di Israele nella Striscia di Gaza e quello sulle pratiche di discriminazione razziale e di apartheid messe in atto dallo stato di Israele nei confronti della popolazione palestinese sotto il suo controllo”.“Siamo anche preoccupati dal fatto che il testo proposto inquadri l'antisemitismo in una logica securitaria, in base alla quale il dissenso – espresso ad esempio durante le manifestazioni contro le politiche del governo d'Israele – rischia di essere trattato come minaccia alla sicurezza nazionale. Già oggi la strategia nazionale definisce l'antisemitismo in questi termini, equiparandolo al terrorismo. Questo approccio rischia di criminalizzare qualsiasi azione di sensibilizzazione contro l'apartheid, l'espansione illegale degli insediamenti e il genocidio perpetrati dal governo israeliano contro la popolazione palestinese”.
Questa la dichiarazione di Liliana Segre a sostegno del ddl contro l'antisemitismo:
«Rinnovo il mio auspicio che si possa realizzare una convergenza trasversale, la più ampia possibile, nell'adozione di nuove norme che permettano di fronteggiare con maggiore efficacia l'ondata di antisemitismo che abbiamo davanti; una convergenza che, al di là degli schieramenti e delle collocazioni parlamentari, abbia il respiro che dicevo poc'anzi: vedere nell'antisemitismo un nemico di tutti».
La senatrice a vita Liliana Segre è una delle voci più ascoltate della Repubblica italiana. Sopravvissuta alla deportazione nazista, ha dedicato gran parte della sua vita a testimoniare la tragedia della Shoah e delle leggi razziali. Nessuno può mettere in discussione il valore di questa testimonianza.
Proprio per questo le sue parole sul conflitto israelo-palestinese hanno un peso rilevante nel dibattito pubblico italiano. Negli ultimi anni Segre ha respinto con decisione due accuse rivolte allo Stato ebraico di Israele: quella di apartheid nelle politiche verso i palestinesi e quella di genocidio nelle operazioni militari a Gaza. Spesso la senatrice ha contestato questi termini sottolineando l'incomparabilità con lo sterminio degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale.
Il problema è che né l'apartheid né il genocidio, nel diritto internazionale, si definiscono per paragone con l'Olocausto.
Nel 2021 Human Rights Watch ha pubblicato il rapporto A Threshold Crossed, accusando le autorità israeliane di praticare politiche che configurano apartheid e persecuzione sulla base delle definizioni del diritto internazionale. Nel 2022 anche Amnesty International ha diffuso un rapporto simile, parlando esplicitamente di un sistema di dominazione istituzionalizzata degli israeliani sugli ebrei palestinesi. Denuncia analoga, anni prima, era stata avanzata anche da un ufficio delle Nazioni Unite.
Queste organizzazioni basano le loro conclusioni su elementi specifici documentati: sistemi legali differenti tra cittadini israeliani e palestinesi nei territori occupati, restrizioni sistematiche alla libertà di movimento, confisca di terre e insediamenti civili nei territori occupati.
Israele respinge ipocritamente queste accuse, sostenendo che si tratti di interpretazioni politiche e non giuridiche. Ma nonè così: l'accusa di apartheid non nasce da slogan militanti, bensì da analisi giuridiche prodotte sulla base del diritto internazionale.
E adesso veniamo al genocidio. Qui il riferimento giuridico è la Genocide Convention, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 proprio dopo la Shoah.
Secondo questa convenzione, il genocidio non si definisce per analogia storica, ma per atti specifici commessi con l'intento di distruggere un gruppo nazionale, etnico o religioso, in tutto o in parte. Esperti di diritto umanitario e relatori ONU hanno sostenuto che le operazioni militari israeliane a Gaza soddisfano questa definizione. Per non parlare della Corte Internazionale di Giustizia (tribunale ONU) che, altrettanto, ha aperto un caso sulla vicenda Gaza, sentenziano che vi siano le condizioni per sostenere tale accusa.
Quindi ridurre la discussione a un paragone con Auschwitz significa spostarla dal terreno del diritto a quello della memoria che, alla fine, viene utilizzata come scudo politico. La memoria della Shoah è uno dei pilastri morali dell'Europa contemporanea. Ma trasformarla in un argomento che chiude ogni discussione sulle politiche di Israele è un errore politico e culturale.
Criticare le politiche di uno Stato – qualunque Stato – non equivale a negare la storia o a odiare un popolo. Allo stesso modo, denunciare possibili violazioni del diritto internazionale non significa banalizzare l'Olocausto.
Il paradosso è che proprio il diritto internazionale nato dopo il 1945 – dalle convenzioni sui diritti umani alla definizione giuridica di genocidio – è il risultato diretto della tragedia che ha colpito gli ebrei d'Europa.
Se quella storia ha davvero insegnato qualcosa, dovrebbe insegnare questo: nessuno Stato può essere sottratto al giudizio del diritto internazionale.
Nemmeno Israele.
Però anche la comunità ebraica italiana, in base alle parole della sua nuova presidente - Livia Ottolenghi - è della stessa opinione di Segre: Rispetto al ddl antisemitismo approvato negli scorsi giorni in Senato, Ottolenghi ha osservato che «il risultato è buono, anche se avremmo auspicato maggiore adesione e convergenza: vedere voti contrari e astensioni ha fatto un po’ male».
Quindi, dire che gli ebrei italiani sostengono i crimini dello Stato ebraico sarebbe sbagliato?