La politica italiana riesce sempre nell’impresa di trasformare ogni voto in un referendum universale su tutto: sul governo, sull’opposizione, sulla qualità dell’aria, sul traffico e probabilmente anche sull’umidità percepita. Così è inevitabile che, dopo la pesante sconfitta della destra al referendum costituzionale di marzo, le elezioni comunali di maggio siano state raccontate come il preludio di un possibile cambio di stagione nazionale. Il centrosinistra ci ha creduto davvero. Giorgia Meloni molto meno. E probabilmente, almeno per ora, ha avuto ragione lei.
Perché il risultato delle amministrative racconta una realtà meno lineare e molto più scomoda per chi immaginava già il governo avviato verso il viale del tramonto. Certo, il centrodestra esce dalle urne con più di una ferita aperta. Ma non appare affatto quel blocco in decomposizione che una parte dell’opposizione sperava di vedere dopo il tonfo referendario. Anzi, in alcune città cruciali ha dimostrato una capacità di sopravvivenza politica quasi darwiniana: litigano, si insultano, si sabotano a vicenda, ma poi al momento del voto riescono ancora a restare competitivi.
Il caso più clamoroso è Venezia. Per settimane il centrosinistra aveva accarezzato l’idea del colpaccio simbolico: espugnare una città dal peso politico e culturale enorme, approfittando delle tensioni interne alla destra, delle polemiche sulla Biennale, delle divisioni locali e di un clima apparentemente favorevole dopo marzo. Invece Andrea Martella si è fermato prima ancora del ballottaggio, travolto da un risultato che ha ribaltato i pronostici della vigilia.
Ed è proprio qui che emerge il problema strutturale del campo progressista: l’illusione che basti sommare sigle, leader e sensibilità diverse per costruire automaticamente una coalizione vincente. Sulla carta il “campo largo” esiste da mesi. Nei talk show anche da anni. Nella realtà, però, continua ad assomigliare a quelle planimetrie dei cantieri esposte fuori dai palazzi in costruzione: rendering perfetti, appartamenti luminosi, terrazze panoramiche. Poi entri dentro e trovi ancora i tubi scoperti e gli operai che discutono su chi debba montare le finestre.
La situazione di Reggio Calabria è stata ancora più emblematica. Centrosinistra diviso, Movimento 5 Stelle assente, alleanze scomposte e ricomposte come un puzzle montato al buio. Una partita persa quasi prima di iniziare. E infatti il risultato finale è stato persino peggiore delle previsioni. Un segnale che pesa perché mostra come, fuori dalle grandi narrazioni nazionali, l’opposizione continui ad avere enormi difficoltà nel costruire una proposta realmente competitiva sui territori.
In questo quadro si inserisce poi il trionfo personale di Vincenzo De Luca a Salerno, rieletto sindaco per la quinta volta. Un risultato che racconta più il peso del personaggio che quello della coalizione. De Luca ormai è una categoria politica autonoma: una specie di sistema operativo separato dal resto del centrosinistra, compatibile solo a tratti con il partito nazionale e spesso aggiornato con linguaggio proprio.
Ma il dato forse più significativo riguarda il rapporto tra il centrosinistra e le periferie. Non soltanto quelle urbane, ma tutte le aree che si sentono marginali, trascurate o semplicemente arrabbiate. A Venezia il voto ha mostrato una spaccatura netta: nella città storica Martella riusciva ancora a essere competitivo, mentre nella terraferma — dove vive la maggioranza della popolazione — il centrosinistra è apparso quasi invisibile.
Ed è lì che la destra continua a giocare la sua partita migliore. Non tanto grazie a grandi risultati economici o amministrativi, quanto attraverso una comunicazione martellante sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e della percezione del degrado. Una strategia semplice, spesso brutale, ma estremamente efficace. Anche perché nel frattempo il centrosinistra continua a oscillare tra l’indignazione morale e il tecnicismo burocratico, due linguaggi che raramente conquistano chi vive problemi concreti ogni giorno.
Nel frattempo, sullo sfondo, cresce la pressione interna alla stessa destra. La presenza ingombrante di Roberto Vannacci costringe Giorgia Meloni e i suoi alleati a rincorrere continuamente posizioni più radicali sul terreno della sicurezza e dell’identità nazionale. È una competizione permanente a chi riesce a sembrare più duro, più inflessibile, più muscolare. Una dinamica che rischia di spostare ulteriormente il dibattito pubblico verso slogan semplici e soluzioni facili.
Eppure, nonostante tutto, il centrodestra non sembra vivere un momento di vera espansione politica. Piuttosto appare in una fase di galleggiamento aggressivo: non ha più il vento impetuoso del 2022, ma l’opposizione non è ancora riuscita a trasformare le difficoltà del governo in una reale alternativa credibile.
Il rischio maggiore per il centrosinistra è allora quello di confondere le difficoltà della destra con la propria forza. Sono due cose molto diverse. Aspettare che il governo si logori da solo, magari trascorrendo mesi a discutere su leadership, federatori, primarie, contro-primarie e geometrie variabili delle alleanze, potrebbe rivelarsi un clamoroso errore strategico.
Perché mentre il “campo largo” continua a interrogarsi perfino sul proprio nome, la destra almeno una certezza continua ad averla: sa parlare alla paura. E in politica, soprattutto nei tempi confusi, chi riesce a dare un nome alle paure spesso parte già con mezzo voto in tasca.


