La morte di Ali Khamenei ha innescato proteste, festeggiamenti e violenze un po' in tutto il mondo. 
Il bilancio più tragico arriva dal Pakistan per l'assalto al consolato statunitense di Karachi: la risposta armata dei Marine, resasi necessaria quando i manifestanti hanno iniziato a scavalcare le mura di cinta e ad appiccare incendi, ha causato un numero di morti stimato tra i 10 e i 22, a seconda della divergenza tra fonti locali e internazionali, e centinaia di feriti.

La rabbia si è propagata rapidamente verso nord, raggiungendo Islamabad e la regione del Gilgit-Baltistan: a Skardu, un ufficio delle Nazioni Unite è stato dato alle fiamme e gli scontri con le forze di sicurezza hanno provocato altre 11 vittime.  Le autorità pakistane hanno imposto un coprifuoco di tre giorni nelle città di Gilgit e Skardu per fermare i disordini, dichiarando lo stato di emergenza negli ospedali locali per gestire l'alto numero di feriti.

Parallelamente, in Iraq, Il 1° marzo, centinaia di manifestanti, molti dei quali appartenenti alle Milizie di Mobilitazione Popolare (PMU) filo-iraniane, hanno tentato di irrompere nella Zona Verde di Baghdad per raggiungere l'ambasciata statunitense.
Gli scontri più violenti si sono verificati nei pressi del Ponte Sospeso (Al-Jisr Al-Mu'allaq), dove i dimostranti hanno lanciato pietre e dato alle fiamme veicoli e roulotte della sicurezza. Le forze di sicurezza irachene hanno risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma.

Il 4 marzo, l'intero Iraq è piombato nell'oscurità a causa di un calo delle forniture di gas alla centrale di Rumaila (Bassora) e la perdita immediata di 1.900 megawatt. Il sistema elettrico iracheno dipende per circa il 30% dalle importazioni di gas dall'Iran, attualmente interrotte o compromesse dal conflitto.

Quanto al resto del mondo, si sono registrate - per ora - solo i soliti 'rituali' di protesta che accompagnano ogni iniziativa statunitense, spesso fomentati da leader religiosi.

Nel Kashmir indiano migliaia di persone sfilavano a Srinagar bruciando effigi americane e si sono registrate massicce manifestazioni a Hyderabad e nello stato dell'Uttar Pradesh, dove risiede una numerosa comunità sciita.
Proteste sono state segnalate in Bangladesh a Dacca, dove gruppi religiosi hanno condannato l'attacco come un atto di terrorismo internazionale.
Migliaia di persone hanno manifestato davanti all'Ambasciata USA ad Ankara e al consolato di Istanbul. I dimostranti hanno bruciato effigi del presidente americano e calpestato poster con la sua immagine, chiedendo al governo turco di uscire dalla NATO.

Anche a Beirut si sono svolte massicce manifestazioni di solidarietà con l'Iran nel quartiere sciita di Dahiyeh e davanti alla sede diplomatica statunitense, con i manifestanti che sventolavano foto di Khamenei.
In Tunisia, piccoli gruppi di attivisti e organizzazioni della società civile hanno tenuto presidi simbolici davanti alla sede diplomatica americana a Tunisi, condannando l'attacco come una violazione del diritto internazionale.
L'Algeria ha visto manifestazioni di condanna organizzate principalmente da partiti di ispirazione religiosa e movimenti studenteschi ad Algeri.

Paradossale la situazione in Occidente.
Negli USA, le manifestazioni di protesta contro la guerra ("No Kings") si sono svolte in oltre 2.000 città, incluse New York (Times Square) e Chicago, con i dimostranti che hanno contestato l'azione militare come unilaterale e non autorizzata dal Congresso
Nel frattempo, a Los Angeles ("Tehrangeles"), la città che ospita la più grande comunità iraniana fuori dall'Iran, centinaia di persone si sono radunate davanti al Federal Building di Westwood. I manifestanti hanno sventolato la bandiera del "Leone e Sole" (precedente alla rivoluzione del 1979), cantato l'antico inno nazionale e intonato cori come "Libertà per l'Iran" e "Basta Ayatollah". Anche a New York City un migliaio di persone hanno sfilato verso Times Square celebrando la fine di quello che hanno definito un regime di terrore durato decenni. Celebrazioni simili sono state segnalate a Houston, Washington D.C., Boston, Minneapolis e Portland

Anche in Francia, a Parigi, e nel Regno Unito, a Londra e Glasgow, si sono verificate scene contrastanti; mentre alcuni gruppi condannavano gli attacchi, numerosi esuli iraniani si sono radunati per celebrare la fine del regime di Khamenei.
Anche in Spagna, a Madrid e Barcellona, si sono svolte manifestazioni contro l'escalation militare, dichiarando il rifiuto di essere una "colonia nordamericana". Parallelamente alle proteste anti-USA, membri della diaspora iraniana in Spagna sono scesi in piazza per festeggiare la morte di Ali Khamenei, unendosi alle celebrazioni avvenute in altre capitali europee.
A Berlino, centinaia di esuli iraniani si sono radunati davanti alla Porta di Brandeburgo e all'ambasciata iraniana per festeggiare la morte della Guida Suprema. I manifestanti hanno sventolato bandiere con il Leone e il Sole, intonando canti di libertà. Parallelamente, si è svolta una manifestazione davanti all'ambasciata statunitense a Berlino per condannare l'intervento militare, definendolo un atto di aggressione imperialista.

L'appuntamento per noi occidentali è per l'8 marzo, Festa della Donna, tra la storica solidarietà per le donne iraniane e l'antiamericanismo pacifista, anch'esso storico.