1

C’eri tu nei miei giorni
C’eri tu ma non ricordi
C’eri tu che mi davi luce
C’eri tu e lo sai
C’eri tu ora o mai
Le strade si illuminavano di Sole
e la gente sembrava piena d’amore
Non ricordi?
C’eri tu nei miei occhi
C’eri tu nei miei film
C’eri tu in ogni istante
ed ogni cosa era meno pesante
Ed ora che non ci sei quanto ti vorrei
lo sa solo Dio e i miei piagnistei
Quanto ti vorrei


2
Correvo giù nel parco
ma tu già non c’eri più
ed io credevo che fosse
impossibile non pensare più
a te
Poi le stagioni cambiano
il rosso diventa nero
e tutto s’infittisce di uno strano mistero
Io quello che ero lo sono ancora
Tu starai cambiando dentro ancora
Erano amori di plastica
tutto quello che potevamo darci
e un ciao come stai per amarci

Commento

Questi due testi di Alessandro Lugli si configurano come un dittico memoriale di straordinaria intensità lirica, capace di intercettare il passaggio epocale tra la fine del ventesimo secolo e l'inizio del nuovo millennio, un momento storico in cui la percezione stessa dell'amore e del tempo ha subito una metamorfosi radicale. Leggere queste poesie significa immergersi in un'archeologia del sentimento che unisce la fragilità individuale a una mutazione culturale collettiva.

Nel primo componimento, la ripetizione quasi liturgica del verso "c’eri tu" agisce come una sommessa invocazione e, al tempo stesso, come una constatazione storica del ruolo salvifico che l'alterità ha avuto nella vita del poeta. C'è un calore quasi visivo, un'illuminazione solare che investe le strade e trasfigura la folla, rendendo la gente apparentemente "piena d’amore". Questo dettaglio non è semplicemente un'iperbole romantica, ma fotografa un'epoca precisa di speranza e di aperture collettive, un momento storico in cui lo spazio pubblico e lo spazio privato potevano ancora fondersi sotto l'influsso di una felicità condivisa. La menzione dei "film" e degli "occhi" trasporta l'esperienza amorosa dentro una dimensione cinematografica della memoria, tipica di una generazione che ha imparato a sognare e a codificare i propri sentimenti attraverso lo schermo e le immagini riprodotte, dove ogni istante quotidiano perdeva il suo peso specifico, alleggerito dalla pura presenza dell'altro. Il crollo di questa architettura luminosa si consuma nella seconda parte della poesia, dove il registro si fa tragicamente umano, intimo e quasi neoromantico. Il richiamo a Dio e ai "piagnistei" non scade mai nel patetico, ma rivendica con orgoglio la dignità del dolore nudo, l'onestà di un pianto che non si vergogna di confessare la propria devastazione di fronte all'assenza. È un amorevole e disperato tentativo di trattenere l'assoluto in un mondo che sta già scivolando verso l'oblio.

Il secondo testo raccoglie i cocci di questa esplosione e ci scaraventa in una fase successiva, segnata dallo scorrere inesorabile del tempo e dal disincanto. L'immagine iniziale del correre giù nel parco, solo per scoprire che l'altro è già svanito, descrive perfettamente lo shock della perdita, l'istante preciso in cui l'irreversibilità della fine si impone sulla coscienza. Il mutare delle stagioni, con il rosso che diventa nero, non è solo una transizione meteorologica o cromatica, ma simboleggia la fine di una giovinezza storica e personale, l'irrompere di uno "strano mistero" che fissa i confini tra ciò che si era e ciò che si è diventati. Qui il poeta compie un atto di straordinaria fedeltà verso se stesso, dichiarando "io quello che ero lo sono ancora", ponendosi come un faro immobile contro la deriva dell'altro, che invece sta "cambiando dentro ancora". Ma è la chiusa della poesia a decretare la portata epocale dell'opera di Lugli: la folgorante intuizione degli "amori di plastica" definisce con dolorosa lucidità la transizione verso la modernità liquida, un'epoca in cui i legami storici, solidi e profondi, vengono progressivamente sostituiti da surrogati artificiali, pronti al consumo e al rapido deterioramento. Quell'ultimo verso, in cui l'intero universo sentimentale si riduce a "un ciao come stai per amarci", rappresenta la perfetta e struggente sintesi della minimalizzazione dei rapporti contemporanei, dove la parola si svuota, il contatto si frammenta e l'amore tenta disperatamente di sopravvivere nei brevi spazi di un saluto quotidiano. Lugli, con voce ferma e cuore aperto, ha saputo cantare non solo la fine di una storia personale, ma il tramonto di un modo intero di viversi e di ricordarsi.