*_©Angelo Antonio Messina_
Nell’anno del centenario di Nino Migliori, il Centro Saint-Bénin di Aosta ci offre un dono prezioso: “La dialettica del reale”, una mostra che travalica la semplice celebrazione biografica per immergerci nel profondo sguardo di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana del Novecento. Curata con sensibilità e rigore da Mauro Zanchi, questa esposizione si presenta come un’esperienza culturale e emozionale che racconta l’Italia nella sua complessità storica, sociale e artistica, attraverso lo sguardo anticonvenzionale e sempre performante di Migliori.
Chi conosce la fotografia del Dopoguerra sa quanto essa sia stata spesso associata al Neorealismo, movimento che ha cercato di documentare una realtà lacerata, segnata dalla guerra ma proiettata verso la ricostruzione e il cambiamento. Tuttavia, la mostra valdostana ci invita a superare una lettura scontata e didascalica di questo periodo storico, mettendo in luce come Migliori non si limitasse a riportare ciò che vedeva con freddezza documentaristica, ma indagasse il significato profondo delle immagini, la loro materia e il loro segno, in un dialogo costante tra realtà e interpretazione.
Attraverso le 160 fotografie selezionate, molte delle quali oramai entrate nella storia del linguaggio fotografico, emerge un percorso che va dalla dignità struggente della miseria alla vitalità dell’attesa, dal confronto fra un’Italia ancora radicata nelle proprie tradizioni arcaiche a un Paese che si avvia verso la modernità e il boom economico. Questa dialettica del reale, così ben incarnata nella produzione di Migliori, si traduce in una grammatica visiva che trasforma il reportage in vero e proprio racconto esistenziale: le immagini diventano specchi emotivi e culturali, sospesi fra memoria e innovazione.
Il nucleo centrale della mostra si focalizza sugli anni Cinquanta, periodo cruciale in cui Migliori si afferma come testimone inconsapevole delle contraddizioni italiane: un Paese diviso tra povertà e speranza, fra il peso di una tradizione rurale e le spinte dell’industrializzazione. In queste fotografie, come nelle serie Gente dell’Emilia, Gente del Sud, Gente del Nord e Gente del Delta, lo sguardo di Migliori non è mai neutro o distaccato; al contrario, è carico di partecipazione umana, di empatia, eppure anche di ricerca formale. Non siamo davanti a semplici documenti storici, ma a opere capaci di evocare emozioni profonde e domande aperte.
La potenza di queste immagini nasce anche dall’equilibrio sottile tra osservazione e sperimentazione: Migliori, infatti, sin dagli inizi si distingue per una costante ricerca sui materiali e sulle tecniche fotografiche. Non a caso, negli anni successivi sviluppa cicli innovativi come Ossidazioni, Pirogrammi, Cellogrammi, Lucigrammi e Idrogrammi, dove il controllo lascia spazio al caso, alla manipolazione della materia e alla poetica dell’imprevisto. Si tratta di un approccio anticonvenzionale, che rompe gli schemi tradizionali del reportage e apre a un dialogo nuovo tra arte e realtà.
Non è un caso che Migliori abbia fondato nel 1982 il gruppo Abrecal – Gruppo di Ricerca Percezione Globale, un collettivo di autori provenienti da diversi ambiti artistici, accomunati dal desiderio di superare i confini disciplinari e sperimentare nuove forme di espressione. Questo slancio progettuale si traduce in opere che reinventano continuamente la fotografia: dalle Trasfigurazioni digitali degli anni Novanta, una rivoluzione nell’uso dell’immagine residua, fino ai più recenti lavori a lume di candela della serie Lumen.
La mostra ad Aosta celebra dunque non solo il fotografo legato alle immagini forti e incisive degli anni Cinquanta, ma soprattutto l’artista poliedrico che ha saputo trasformare la fotografia in un linguaggio fluido, capace di esprimere la complessità del reale e le emozioni più intime. Le sue opere sono performance visive, capaci di coinvolgere profondamente lo spettatore, invitandolo a intraprendere un viaggio emotivo e intellettuale tra memoria, materia, luce e ombra.
L’importanza di Nino Migliori trascende la semplice dimensione nazionale: la sua fotografia, come riconosciuto anche dalla grande mostra alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi nel 2018, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la fotografia contemporanea internazionale. La sua capacità di alternare testimonianza sociale e sperimentazione artistica, di combinare rigore e libertà creativa, fa di lui un protagonista unico e ammirato, capace di parlare a diverse generazioni e di contaminare vari linguaggi.
In questa chiave, “La dialettica del reale” non è solo un atto d’amore nei confronti di un artista centenario, ma un invito a riflettere sul ruolo della fotografia come mezzo di conoscenza, evocazione e trasformazione. Migliori ci mostra come l’immagine possa essere potente strumento di narrazione storica e culturale, ma anche un territorio aperto per l’esplorazione dell’umano e del poetico.
Visitare la mostra al Centro Saint-Bénin di Aosta significa lasciarsi catturare da un racconto visivo che è anche un’esperienza emozionale. La cura dell’allestimento, la scelta delle immagini, la contestualizzazione storica e culturale offerte da Zanchi rendono questo evento espositivo una tappa imprescindibile per chiunque desideri approfondire la fotografia italiana oltre i cliché e le narrazioni convenzionali.
Inoltre, la possibilità di accedere a un prezzo contenuto e in un ambiente accogliente permette di avvicinare un pubblico ampio e eterogeneo, dai giovani appassionati ai professionisti del settore. La mostra è una testimonianza vivente della vitalità delle arti visive italiane e della forza di un maestro che, pur festeggiando cento anni, continua a guardarci con la stessa energia e passione di sempre.
“La dialettica del reale” dedicata a Nino Migliori è molto più di una celebrazione anagrafica: è un monumento all’arte della fotografia, un canto vibrante che attraversa il tempo e lo spazio, un gesto d’amore verso la complessità dell’esistenza. Attraverso le sue immagini, Migliori ci insegna a vedere oltre la superficie, a riconoscere la bellezza nelle contraddizioni, a sentirci partecipi di una storia che è anche la nostra.
Per chi ama la fotografia, la cultura e la storia italiana, questa mostra rappresenta un’occasione unica per immergersi in un universo visivo ricco, emozionante e profondamente umano. Nel centenario di Nino Migliori, il suo straordinario percorso artistico ci ricorda che la fotografia è, prima di tutto, lo sguardo appassionato di chi cerca di dare senso al reale, nella sua infinita varietà e profondità. Una lezione di vita e di arte che continua a risuonare con forza, invitandoci a guardare il mondo con occhi nuovi e curiosi.
*_©Angelo Antonio Messina_

