Report sotto attacco: quando il potere bussa alla porta dell'informazione libera
Sigfrido Ranucci: "Il Garante per la protezione dei dati personali ha irrogato e notificato alla Rai - Radio Televisione Italiana S.p.A. la sanzione di 150mila euro per la violazione di alcune disposizioni del Codice della Privacy, del GDPR e delle Regole deontologiche relative ai dati personali nell'esercizio della professione giornalistica.Lo comunica il Garante, spiegando che la sanzione è relativa all'audio della conversazione tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, trasmesso da Report l'8 dicembre.Nella sentenza il garante motiva la decisione in quanto Report avrebbe violato le regole deontologiche, peccato che pochi mesi prima l'ordine dei giornalisti, che è il vero custode del codice deontologico di un giornalista professionista, aveva archiviato il ricorso di Sangiuliano e della moglie Corsini".
C'è un limite oltre il quale il silenzio diventa complicità. E oggi quel limite è stato superato. L'attacco a Report e al suo conduttore Sigfrido Ranucci non è un incidente istituzionale, non è una coincidenza, non è una procedura neutra: è l'ennesimo segnale di un sistema di potere che considera l'informazione indipendente un nemico da colpire, isolare e punire.
Ranucci lo dice chiaramente: non sente rabbia né rassegnazione, ma determinazione. Perché dopo una bomba piazzata davanti a casa sua nella notte del 16 ottobre, nulla è più ordinario. Quel gesto violento è stato il primo avvertimento. La sanzione da 150 mila euro inflitta dal Garante della Privacy, arrivata poche ore dopo, è sembrata il secondo colpo: più elegante, più istituzionale, ma non meno intimidatorio.
Una multa "su input politico"
Ranucci non gira intorno alle parole: quella multa si muove "su input politico". E non lo afferma senza prove. Report è pronto a mandare in onda un documento che mostra Agostino Ghiglia, componente del Garante della Privacy, entrare nella sede di Fratelli d'Italia poche ore prima della decisione sulla sanzione. In quel momento nella sede c'era Arianna Meloni, sorella della premier e figura chiave del partito. Domande lecite sorgono spontanee: si è discusso della sanzione? È stata data un'indicazione politica su come procedere? Perché una figura teoricamente indipendente si trova nei locali di un partito prima di una deliberazione così delicata?
Lo ripete Ranucci: "Domande, naturalmente, solo domande". Ma la gravità di quelle domande pesa come un macigno sullo stato della democrazia italiana.
Le opposizioni insorgono: "Attacco al servizio pubblico"
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Partito Democratico parla apertamente di “macchina del fango”, denunciando la trasformazione delle dichiarazioni di solidarietà in un attacco coordinato contro chi osa svelare i fili nascosti del potere.
I Cinque Stelle sono ancora più espliciti: definiscono la vicenda "di una gravità senza precedenti", un esempio lampante "dell'uso irresponsabile delle istituzioni" da parte del governo Meloni. Il fatto che la multa arrivi poche ore dopo l'attentato contro Ranucci – mentre ancora si susseguivano messaggi di solidarietà – è un atto che rasenta il cinismo politico.
E non si tratta solo di un giornalista sotto attacco. È il concetto stesso di servizio pubblico a essere messo in discussione. Se Report viene punita non per aver violato la legge, ma per aver disturbato i sonni del potere, allora ogni voce critica rischia di essere zittita.
Il Garante si difende, ma le ombre restano
Il Garante per la Privacy, in una nota istituzionale, ribadisce la sua "piena indipendenza". Spiega che la procedura è stata seguita correttamente, che le decisioni sono collegiali, che tutto è stato svolto secondo regolamento. Una risposta formale, che però non risponde al punto centrale: perché un componente dell'Autorità entra in una sede di partito poche ore prima di decidere una sanzione che colpisce una trasmissione scomoda proprio a quel partito?
La questione non è tecnica. È politica. È democratica. Riguarda il diritto dei cittadini a essere informati senza che l'informazione sia filtrata, manipolata o intimidita da chi sta al governo.
Non è un caso isolato. È un metodo
Siamo di fronte a un disegno: colpire chi indaga sui rapporti tra politica, affari e poteri occulti. Colpire non con censure esplicite, ma con strumenti amministrativi, pressioni istituzionali, delegittimazioni mediatiche. La bomba davanti alla casa di Ranucci è l'immagine brutale di un messaggio: fermatevi. La multa del Garante ne è la versione burocratica: se continuate, pagherete.
E se oggi tocca a Report, domani potrebbe toccare a chiunque osi raccontare ciò che non deve essere raccontato.
La determinazione come risposta
Ma questa volta la risposta non è il silenzio. È la determinazione. La stessa di Ranucci, che, nonostante tutto, continua a fare il suo lavoro. La stessa di chi chiede trasparenza e verità. Perché la libertà di stampa non è un favore concesso dal potere. È un diritto costituzionale. E chi prova a violarlo non è un difensore delle istituzioni: ne è il sabotatore.
La democrazia vive quando chi ha il potere accetta di essere guardato, criticato, indagato. Quando quel potere reagisce con minacce e sanzioni, è il segnale che qualcosa di profondo e oscuro si sta muovendo. Ed è esattamente in quel momento che bisogna alzare la voce.
Non per difendere un programma televisivo. Ma per difendere il diritto di un intero Paese a conoscere la verità.