Cultura e Spettacolo

Martina Fontanarosa, "Una storia Montana": un romanzo di formazione che non ha paura della complessità

Esordio letterario per Martina Fontanarosa, scrittrice e professionista con un percorso internazionale lungo oltre un decennio. "Una storia Montana" è un romanzo che si prende il tempo di raccontare le persone per come sono davvero, senza semplificarle. Quattro domande sul libro, sull'America e su chi è diventata l'autrice.

 

 

Il romanzo esplora una dinamica complicata: Lucia frequenta Aaron ma con Webster c'è qualcosa di più profondo e non detto. Hai avuto paura che i lettori potessero giudicarla, o la complessità del personaggio ti sembrava già abbastanza forte da reggere da sola?

Lucia non ha paura del giudizio degli altri perché ha vissuto già abbastanza da sapere che le critiche arrivano comunque, a prescindere da come ci si comporta. Tuttavia, il suo modo di essere consapevole e quanto più coerente possibile è ciò che la rende la più severa giudice di se stessa, tanto da imporsi da sola una rigidità sulle proprie emozioni che la mantenga sempre in equilibrio. Lucia sa che il suo tempo in Montana ha una scadenza precisa e, pur non precludendosi nulla, non perde mai il senso della realtà. Di conseguenza, quello che si crea con Aaron e Webster va ben oltre il classico triangolo amoroso; è quasi una gestione di due bisogni diversi che Lucia deve trattare con cautela.  Il rapporto con Aaron nasce per pura spensieratezza, tacitamente senza implicazioni. Con lui c’è lo scherzo, il gioco e inizialmente quasi un interesse antropologico verso un cowboy che rappresenta l'esatto opposto di lei e del suo mondo, nonché quella faccia degli Stati Uniti che vuole imparare a conoscere e capire. Webster, al contrario, le è fin troppo vicino per sensibilità: è la persona con cui è impossibile restare in superficie, quella che la riconnette alla sua parte più profonda. Lucia non può temere il giudizio perché non ha scelto di stare nel mezzo, ci si è ritrovata, e la sua sfida quotidiana è proprio quel bilanciamento interiore: da una parte rimanere fedele alla promessa fatta a se stessa di godersi l’esperienza, dall’altra non fare nulla che possa rompere gli equilibri della famiglia Caw, che l’ha accolta in modo così aperto e spontaneo.

C'è una scena sul bordo di una strada nel Montana, Axl Rose in sottofondo, una chitarra immaginaria e poi un lento improvvisato su Max Gazzè. È uno dei momenti più liberi e spontanei del libro. Come è nata, era scritta così o ci è arrivata per gradi?

Questa scena nasce dal desiderio di far vivere a Lucia ciò che io stessa avrei voluto fare mille volte lungo quelle strade infinite, deserte e completamente immerse nella natura del Montana, nell’anno in cui vi ho vissuto. È un’ambientazione che ha un potere incredibile perché quei rettilinei lunghissimi, a tratti immersi nella natura e a tratti costeggiati da distese infinite, ti fanno sentire completamente libera. Dunque, non poteva che essere quello lo scenario giusto per l’episodio in cui Lucia finalmente si lascia andare del tutto e dà spazio alla spontaneità. Succede in un momento ben preciso, ovvero poco dopo che Webster, con un gesto semplicissimo, le dà modo di ricordare da dove viene, chi è e di quali suoni e ricordi è fatta la sua vita. È uno snodo fondamentale nel loro rapporto, perché Webster le dimostra un interesse reale per lei come persona: una donna che ha una storia precedente a loro, al Montana, e che non esiste solo in funzione del presente ma racchiude tante sfaccettature che sono la sintesi di tutte le sue esperienze pregresse. In questo senso, le due canzoni scelte per la scena rappresentano esattamente questo insieme di sfumature: sono due anime opposte e complementari del modo di essere di Lucia. Attraverso quella musica emergono i suoi contrasti, la sua complessità, ed è significativo che sia proprio Webster a darle lo spazio per esprimerli e viverli con spontaneità.

Nel romanzo Lucia riflette spesso sul rapporto tra gli americani e la gentilezza, su quanto sia difficile capire dove finisce l'empatia sincera e dove inizia l'accondiscendenza. È una tensione che hai risolto durante la scrittura o che hai lasciato volutamente aperta?

Le riflessioni di Lucia sulla gentilezza degli americani si evolvono continuamente durante il romanzo. È infatti un tratto che incontra in occasioni diverse e che impara presto a riconoscere come una vera e propria cifra distintiva degli americani. Tuttavia, ciò con cui si trova a fare i conti per gran parte della storia è quello che ai suoi occhi appare come un eccesso: una forma di cortesia così marcata da instillare in lei il dubbio che non sia del tutto sincera o che sia superficiale. Ma Lucia è così consapevole di se stessa che arriva anche a chiedersi se non sia la sua cultura d’appartenenza a farle percepire quella gentilezza come esagerata, da guardare con un pizzico di sospetto. Alla fine del romanzo la risposta definitiva sul dilemma se l’estrema cortesia degli americani sia vera o di facciata è lasciata aperta perché non ritengo che spetti a questo romanzo deciderlo. Ciò che invece gli spetta è risolvere qualcosa di più importante, ovvero il modo in cui Lucia sceglie di rapportarsi a essa. Credo infatti che il cuore dell'esperienza interculturale sia proprio questo: non emettere un giudizio assoluto su una cultura diversa, ma imparare a riconoscerne i tratti, analizzarli, calarli nel giusto contesto e, infine, decidere consapevolmente come e se adattare il proprio modo di essere a quel nuovo mondo.

Sei tornata a Roma nel 2025 e stai coordinando sviluppo internazionale. Rispetto a quando hai iniziato a scrivere questo romanzo, chi è diventata Martina Fontanarosa?

Quando ho iniziato a scrivere questo libro ero da poco rientrata dal mio anno in Montana. Continuavo a insegnare italiano agli stranieri, ma sentivo di dover trovare una forma nuova per portare avanti il mio progetto di vita rimanendo in Italia, dove avevo la necessità di iniziare a costruire delle radici più solide. È stato proprio questo desiderio di radicamento a dare una svolta al mio percorso, portandomi oggi a occuparmi di internazionalizzazione universitaria. Entrare in questo settore mi ha permesso di rimanere nel vivo dei temi che da sempre amo, ma con una veste nuova e un impatto visibile e concreto sulla vita degli studenti. Se mi guardo indietro, mi rendo conto che oggi mi trovo nella situazione che più in assoluto si avvicina a ciò che sognavo da bambina, quando camminavo per le strade di Roma e restavo affascinata dai turisti che arrivavano da ogni angolo del mondo. Da che io ricordi, ogni mia scelta, dal percorso di studi, al modo di passare le estati da adolescente, alle decisioni di vita più importanti, è sempre stata guidata da un unico filo conduttore: il desiderio di esplorare culture diverse, viverle appieno e sentirmi parte di un unico grande spazio in cui si coesiste attraverso le diversità. Questa traiettoria è rimasta una costante nel tempo, ho solo cambiato di volta in volta lo strumento per portarla avanti: prima come studentessa di lingue, poi come insegnante in giro per il mondo e oggi nel mio ruolo nello sviluppo internazionale universitario. La mia missione è ancora la stessa: creare per gli studenti opportunità internazionali che permettano loro di confrontarsi con modi diversi di vivere e concepire il mondo, affinché possano tornare arricchiti, più aperti e in una versione migliore di se stessi.

https://bit.ly/una_storia_Montana_cartaceo

Autore edoardo79
Categoria Cultura e Spettacolo
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