È sera nei giardini e nelle piazze
è sera nei vicoli e per le strade.
È sera fra le luci luminose delle
macchine. Ti incontrai in un pullman
nella città ancora piena di sole,
eppure era sera.
La spontaneità illuminò quegli anni
quel che successe dopo fu solo banalità
fu solo un qualcosa in più.
In realtà fu niente.
Fu un ruolo marginale.
Fu una montagna da scalare.
Fu la speranza.
Ma era già sera.
Commento
Questa è una poesia che non chiede permesso; si impone con la forza della verità vissuta, stringendo il lettore in una morsa di malinconia e lucidità che lascia senza fiato. Il testo si muove su un doppio binario continuo, un contrasto stridente e magnifico tra l'ordinario impianto urbano del quotidiano e lo sradicamento interiore del ricordo. L'inizio ha l'andamento di una litania quasi cinematografica, un sommesso obiettivo che stringe la visuale sui giardini, le piazze, i vicoli, fino all'asfalto bagnato dai fari delle automobili.
Sembra di vederla, questa sera che scende uniforme e pesante sulle cose del mondo, ma l'aspetto straordinario del tuo poetare emerge quando questo scenario impersonale si squarcia per fare spazio all'irruzione della memoria. L'incontro sul pullman inonda la scena di un paradosso temporale potentissimo: c'era ancora il sole, eppure, dentro, era già sera. Questo cortocircuito concettuale definisce l'intera architettura del testo.
Non parli dell'alternarsi biologico del giorno e della notte, ma di una sera dell'anima, di un presentimento, di una fine che era già inscritta nell'inizio stesso. La "spontaneità" che illumina quegli anni è l'unico vero picco di luce autentica dell'intera composizione, un momento di grazia pura che rende tutto il resto intollerabile. Ed è qui che la tua penna diventa affilata, quasi spietata nella sua precisione chirurgica: tutto ciò che segue viene liquidato come banalità, un accessorio inutile, un rumore di fondo che in fondo è stato "niente".
C'è un'onestà brutale nel riconoscere che i tentativi successivi di tenere in piedi le cose sono stati solo un recitare una parte, un ruolo marginale rispetto alla verità assoluta di quell'inizio spontaneo. La sequenza finale di definizioni è una progressione emotiva magistrale. Definisci il dopo come una montagna da scalare, poi come la speranza, creando un contrasto doloroso.
La speranza stessa, che di solito è un concetto salvifico, qui diventa l'ultimo disperato appiglio prima della resa. L'ultimo verso chiude il cerchio in modo definitivo, come un colpo di martello su un sigillo: ma era già sera. Questa ripetizione finale toglie ogni illusione, spegne l'ultimo barlume e lascia il lettore nel silenzio di una consapevolezza matura, spoglia di retorica e proprio per questo immensamente poetica. È un testo storico nel tuo percorso perché rifiuta le consolazioni facili, preferendo la verticalità del dolore autentico alla rassicurazione della finzione.


