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Piano Casa, lo slogan dei 100mila alloggi nasconde una realtà più amara: vecchie case, fondi incerti e affari privati

Promesse ambiziose e numeri fragili: il progetto del governo punta più su incentivi ai privati che su una vera edilizia pubblica.

L’annuncio è di quelli pensati per fare effetto: “Centomila nuovi alloggi in dieci anni”. A pronunciarlo è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al termine di un Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto segnare una svolta sulla questione abitativa. Ma basta grattare appena la superficie dello slogan per scoprire una realtà ben diversa: non un grande piano pubblico, ma un mosaico fragile fatto di ristrutturazioni, fondi incerti e, soprattutto, nuove opportunità per il business immobiliare privato.

Il cuore del cosiddetto “Piano casa” è infatti molto meno ambizioso di quanto raccontato. Dei 100mila alloggi evocati, solo 60mila sono concretamente identificabili: si tratta di vecchie case popolari oggi inagibili, che verrebbero ristrutturate e rimesse in circolo. Non nuove costruzioni, dunque, ma recupero di un patrimonio esistente che lo Stato ha lasciato deteriorare per anni. Il resto? Una combinazione di operazioni di “rigenerazione urbana” e interventi privati incentivati, con formule dal nome accattivante – Social Housing, Affordable Housing – che però parlano più al ceto medio che alle fasce più fragili.

Il piano si regge su tre pilastri, ma è proprio la loro consistenza a sollevare dubbi. Il primo riguarda la ristrutturazione degli alloggi pubblici, con 1,7 miliardi già stanziati e la promessa, avanzata dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, di completare gli interventi “in un anno”. Tempi che appaiono difficilmente realistici, considerando la cronica lentezza delle opere pubbliche in Italia. Il secondo pilastro, quello dell’housing sociale, è ancora più incerto: appena 100 milioni disponibili per avviare un fondo gestito da Invimit, con la speranza – tutta da verificare – di ottenere fino a 3,6 miliardi dai fondi europei, come indicato dal ministro Tommaso Foti.

Ma è il terzo pilastro a svelare la vera natura del piano: l’apertura massiccia ai capitali privati. Qui lo Stato non costruisce, ma facilita. Nomina un commissario, accelera le procedure e garantisce condizioni favorevoli per investimenti superiori al miliardo, a patto che una quota degli alloggi venga offerta con uno sconto del 33% rispetto al mercato. Un’operazione che, sulla carta, sembra calmierare i prezzi, ma che nei fatti rischia di alimentare nuove dinamiche speculative, soprattutto nelle grandi città.

Non è un caso che il progetto coinvolga attori di primo piano della finanza immobiliare. Il fondo in fase di costituzione vedrà la partecipazione di Cassa depositi e prestiti e del fondo sovrano emiratino Mubadala Investment, con una base iniziale di un miliardo di euro. Ma a far discutere è soprattutto la struttura: un veicolo con sede in Lussemburgo, affidato a manager provenienti da grandi gruppi immobiliari attivi nelle operazioni più controverse degli ultimi anni. Un dettaglio che rafforza l’impressione che il piano sia pensato più per attrarre investimenti che per rispondere all’emergenza abitativa.

Sul piano politico, le crepe sono emerse subito. Lo scontro tra Salvini e il ministro della Cultura Alessandro Giuli sulle competenze delle Sovrintendenze è solo l’ultimo segnale di una linea di governo confusa, dove le semplificazioni urbanistiche rischiano di trasformarsi in deregulation. Il tentativo di ridurre i vincoli nei centri storici, fermato per ora perché ritenuto incostituzionale, resta sul tavolo e potrebbe riemergere sotto altre forme.

Il contesto, del resto, è drammatico. L’Italia è indietro sull’edilizia residenziale pubblica: appena il 6% del patrimonio abitativo, contro una media Ocse superiore al 10%. Circa 750mila alloggi esistono, ma decine di migliaia sono inutilizzabili per mancanza di manutenzione. In questo scenario, il piano del governo appare come una risposta parziale, se non insufficiente.

La verità è che questo “Piano casa” non cambia paradigma. Non rilancia davvero l’edilizia pubblica, non affronta strutturalmente il problema dell’accesso alla casa, non riduce le disuguaglianze. Piuttosto, redistribuisce opportunità, spostando il baricentro verso il mercato.

E allora la domanda resta: chi ci guadagna davvero? I cittadini in difficoltà, che aspettano una casa da anni, o gli operatori immobiliari che trovano nuove occasioni di investimento? La risposta sembra già scritta tra le righe del provvedimento.

“Non è un piano casa, è un piano mercato travestito da emergenza sociale.” E ancora: “Se lo Stato rinuncia a costruire, qualcun altro costruirà per fare profitto.”

In un Paese dove il diritto all’abitare è sempre più fragile, affidarsi alle logiche del mercato significa accettare che la casa non sia più un diritto, ma una merce. E questa, più che una riforma, è una resa.

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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