Referendum costituzionale. Nordio dice “non cambia nulla”, la destra urla “mai più Garlasco”: e allora perché dovremmo votare Sì?
Il ministro della Giustizia CArlo Nordio assicura che la riforma costituzionale non incide su indagini e processi. Eppure la campagna per il Sì la vende come panacea contro gli errori giudiziari, citando casi simbolo. È propaganda in contraddizione con se stessa. E il conto - nel caso venisse approvata - lo pagherebbero i cittadini: non i politici.
C’è un problema semplice, quasi imbarazzante, che da solo basterebbe a smontare la narrazione del Sì alla riforma Nordio: le due versioni che la destra racconta sono incompatibili.
Da un lato il ministro: “Questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia”, non cambia il funzionamento di indagini e processi, non promette miracoli. Dall’altro lato gli stessi leader che chiedono il Sì e vanno in piazza, nei talk e sui social a dire l’opposto: “votate Sì così non succederanno più casi come…”
E così, la campagna per il Sì è diventata una sfilata di “casi” agitati come spaventapasseri.
Giorgia Meloni chiama in causa Garlasco, dicendo – in sostanza – che con la separazione delle carriere e il nuovo assetto non si rivivrebbero quelle “vergogne”. Lucio Malan riporta in scena Enzo Tortora: l’ingiustizia per eccellenza, l’icona dell’errore giudiziario, per dire che “questa giustizia” va cambiata. È una scorciatoia emotiva: prendi un trauma collettivo e lo applichi a un pacchetto costituzionale, come se bastasse una modifica di organigramma per immunizzare il Paese dall’errore umano, dai bias investigativi, dalle consulenze sbagliate, dalle prove fragili, dalla pressione mediatica, dalla fame politica di un colpevole.
Poi però Nordio ci tiene a precisare: tranquilli, non cambia niente sul funzionamento. E allora decidiamoci: è una riforma che non tocca indagini e processi o è una riforma che ci salva da Garlasco e da Tortora? Non possono essere vere entrambe.
Al netto della propaganda, però, la riforma ha un fulcro tecnico chiarissimo: riscrive l’autogoverno della magistratura e sposta il baricentro del disciplinare.
Non è “solo” separazione delle carriere. È un nuovo triangolo di potere:
- CSM dei giudici,
- CSM dei PM,
- Alta Corte disciplinare (che toglie il disciplinare al CSM e lo concentra in un organo ad hoc).
Chi la vende come “cura degli errori giudiziari” omette il dato essenziale: questa è una riforma di architettura istituzionale, non una riforma di metodo investigativo, non una riforma della prova scientifica, non una riforma dei tempi del processo, non una riforma delle risorse, non una riforma delle garanzie concrete in fase d’indagine. È un’altra cosa.
Tre organi, un grande punto interrogativo: “sorteggio” e composizione
Il mantra che accompagna la riforma è: “basta correnti, si sorteggia”. Sembra pulito. In realtà è un campo minato, perché il diavolo sta nei dettagli che la Costituzione non definisce.
I due nuovi CSM e la Corte disciplinare si reggono su quote e selezioni che, dette bene, suonano neutre; fatte male, diventano una lotteria opaca o un filtro politico travestito da caso.
Il nodo è qui:
- Che sorteggio è? Puro? A più turni? Con correttivi? Con esclusioni e “liste di eleggibili” costruite prima?
- Chi decide la lista dei “laici”? Perché i laici non piovono dal cielo: la platea da cui estrarli passa da un elenco predisposto dal Parlamento. Prima selezione politica, poi sorteggio.
- Quali incompatibilità, quali requisiti, quali sostituzioni? Basta un dettaglio scritto bene o male e cambia tutto: rappresentatività, indipendenza, governabilità.
La riforma si presenta come “anti-correnti”, ma rischia di sostituire un sistema noto (criticabile quanto vuoi) con un sistema dove nessuno risponde politicamente di come funziona, perché “è uscito dal bussolotto”. E quando le cose vanno male, la colpa non è di chi ha scritto le regole: è della sorte.
E adesso arriviamo al punto che fa tremare la retorica del Sì.
Se davvero vuoi ridurre gli errori giudiziari, devi partire da ciò che li produce più spesso: l’indagine.
Gli errori gravi nascono quasi sempre da un meccanismo ricorrente: una pista iniziale che diventa certezza, un’ipotesi che si solidifica, il famoso tunnel vision. Da lì, il resto segue: selezione degli indizi, letture forzate, consulenze controverse, ricostruzioni narrative che diventano “la storia”, e quando una storia è diventata “la storia”, smontarla è un inferno.
Ora: la separazione delle carriere può anche essere presentata come “chiarezza dei ruoli”. Ma se la trasformi in identità di corpo – PM come parte accusatoria strutturalmente distinta – e non metti contrappesi seri, l’effetto culturale è semplice: si rafforza la logica della squadra, non quella della ricerca della verità.
Ed è qui che la propaganda su Garlasco diventa un boomerang: se spingi verso un modello in cui l’accusa “fa l’accusa” sempre più apertamente, senza contemporaneamente:
- rafforzare obblighi verificabili di cercare e depositare anche elementi a discarico,
- dare più poteri e tempi reali alla difesa in fase d’indagine,
- alzare gli standard della prova scientifica,
- stroncare le fughe di notizie e il processo mediatico,
- misurare la qualità delle indagini e non il tasso di “chiusura”,
allora i “Garlasco” non diminuiscono: diventano più probabili, più rapidi, più difficili da correggere. Altro che “mai più”: “molti di più”.
E allora capiamoci: chi sostiene il Sì oggi fa una scelta legittima, ma non venga a raccontar favole.
Non è una riforma contro gli errori giudiziari. È una riforma che ridisegna poteri, carriere, organi di governo interno e disciplinare. Se la vendi come “vaccino” contro Tortora e Garlasco, stai usando dolore e indignazione come benzina elettorale.
E soprattutto: stai chiedendo ai cittadini un atto di fede. Perché quando il ministro dice “non cambia il funzionamento”, sta già dicendo che il miracolo non c’è. Il miracolo lo inventano altri, in campagna, per raccattare consensi.
Votare NO non significa difendere tutto com’è. Significa una cosa molto più concreta:
- rifiutare una riforma costituzionale venduta con argomenti che il suo stesso autore smentisce;
- non scambiare un cambio di organigramma con la tutela della verità nelle indagini;
- non accettare un sistema fondato su sorteggi e liste politiche senza chiarezza sui meccanismi reali;
- pretendere riforme vere: risorse, tempi, metodo investigativo, standard probatori, responsabilità, trasparenza.
Chi fa campagna per il Sì e cita “casi simbolo” sta dicendo: “votate e fidatevi”.
Ma quando si parla di giustizia, la fiducia non si chiede a colpi di slogan: si costruisce con garanzie, regole chiare e responsabilità.
E se l’alternativa è scegliere tra un ministro che minimizza (“non incide”) e una propaganda che promette miracoli (“non accadrà più”), la risposta più razionale – e più civile – è una sola: NO.