C’è una “bomba demografica” di cui si discute da anni. Ma ce n’è un’altra, meno visibile e forse ancora più insidiosa, che rischia di mettere sotto pressione i sistemi di welfare nei prossimi decenni: la crescita della spesa per l’assistenza a lungo termine.

Parliamo della cosiddetta long-term care (LTC), cioè l’insieme di servizi sanitari e sociali destinati agli anziani non autosufficienti. Secondo le più recenti proiezioni dei Paesi OCSE, questa voce di spesa è destinata a salire fino al 2,8% del PIL entro il 2050, quasi il doppio rispetto ai livelli attuali. Nel dettaglio, la componente sanitaria raggiungerà circa l’1,7% del PIL, mentre quella sociale si attesterà intorno all’1,1%.

Un aumento significativo, che riflette una trasformazione profonda delle società avanzate. L’invecchiamento della popolazione è il fattore più evidente: cresce il numero degli anziani e, soprattutto, aumenta rapidamente la fascia degli over 80, quella con i bisogni assistenziali più complessi e continuativi. È qui che si concentra la domanda di cure legate a condizioni croniche e livelli elevati di dipendenza.

Ridurre tutto a una questione demografica, però, sarebbe un errore. La crescita della spesa per la long-term care è il risultato di più fattori strutturali che si rafforzano a vicenda.

Il primo è legato alla natura stessa dei servizi di cura. L’assistenza agli anziani è un’attività ad alta intensità di lavoro umano, difficilmente automatizzabile. In questi settori la produttività cresce lentamente, mentre i salari tendono ad aumentare in linea con quelli degli altri comparti più dinamici. È il cosiddetto “effetto Baumol”, uno dei principali motori dell’aumento dei costi nel lungo periodo.

Il secondo fattore è sociale. Per decenni, una quota rilevante dell’assistenza è stata garantita all’interno delle famiglie, spesso grazie al lavoro non retribuito delle donne. Oggi questo modello si sta rapidamente indebolendo. L’aumento dell’occupazione femminile e i cambiamenti nelle strutture familiari riducono la disponibilità di caregiver informali, spostando la domanda verso servizi professionali. Servizi più strutturati, ma anche inevitabilmente più costosi.

Questo passaggio ha un impatto diretto sulla spesa pubblica. Non perché la cura costi di più in senso assoluto – il lavoro informale ha un valore economico enorme – ma perché diventa visibile, entra nei bilanci pubblici e deve essere finanziata.

A questi elementi si aggiunge un terzo driver: l’aumento delle condizioni di dipendenza. La maggiore longevità si accompagna infatti a una sopravvivenza più lunga con malattie croniche. In altre parole, si vive più a lungo, ma spesso con bisogni assistenziali protratti nel tempo.

Il risultato è una pressione crescente e strutturale sui conti pubblici. E la long-term care non è l’unica voce in espansione: nello stesso periodo sono destinate ad aumentare anche le spese per pensioni e sanità. L’effetto cumulativo rischia di comprimere altre aree di intervento pubblico.

Eppure, non tutto è scritto. Le analisi mostrano chiaramente che le politiche pubbliche possono cambiare la traiettoria della spesa. In uno scenario “inerziale”, i costi seguono la dinamica prevista. Ma se si amplia la copertura dei servizi senza intervenire sull’efficienza, la spesa può salire ulteriormente, fino al 3% del PIL.

Al contrario, strategie mirate possono contenere in modo significativo la crescita. Le politiche di prevenzione e di promozione dell’invecchiamento in salute, ad esempio, possono ritardare l’insorgenza della non autosufficienza, riducendo la durata dei periodi di assistenza. Interventi sull’organizzazione del lavoro, sull’uso della tecnologia e sull’integrazione tra servizi sanitari e sociali possono migliorare la produttività e contenere i costi.

La combinazione di queste leve può arrivare a ridurre fino a un quarto dell’aumento previsto della spesa. Un dato che cambia la prospettiva: non è la demografia a determinare il destino dei sistemi di assistenza, ma la capacità delle politiche di governarla.

Il vero nodo è quindi politico e organizzativo. Significa pianificare per tempo la domanda futura, investire nella formazione e nel reclutamento di personale – già oggi insufficiente in molti Paesi – e costruire modelli di assistenza più integrati e sostenibili.

Per l’Italia, la questione è ancora più urgente. Il Paese ha una delle popolazioni più anziane al mondo e continua a basarsi in larga misura sull’assistenza familiare. La transizione verso un sistema più strutturato è iniziata, ma procede lentamente e in modo disomogeneo.

Senza un cambio di passo, il rischio è arrivare impreparati all’appuntamento con il 2050: più anziani, più bisogni, meno caregiver informali e un sistema pubblico sotto pressione.

L’assistenza a lungo termine non è più un tema settoriale. È una delle principali sfide per la tenuta complessiva del welfare. E il tempo per affrontarla è adesso, non quando l’emergenza sarà già diventata inevitabile.