Salute

L’elettroshock tra leggenda nera e medicina moderna

C’è una parola che, da sola, riesce a far irrigidire anche persone che non si spaventano facilmente: elettroshock. Non perché tutti sappiano davvero cos’è, ma perché quasi tutti hanno “visto” cos’è, almeno una volta, sullo schermo o raccontato in qualche pagina. È una di quelle cose che, prima ancora di entrare nella testa, entra nello stomaco. Il punto è che l’immagine più famosa — quella del corpo che si inarca e di un potere medico freddo che decide per te — è diventata una specie di timbro: se senti “elettroshock”, pensi automaticamente a violenza, punizione, manicomio. E spesso ti fermi lì.

Il problema non è che la gente sia ingenua o influenzabile: è che, per una lunga fase storica, l’elettroshock è stato davvero legato a un modo di intendere la psichiatria in cui la persona contava poco e l’istituzione contava troppo. In molte strutture del Novecento si facevano trattamenti per “gestire” più che per curare: contenzioni, pratiche fisiche, terapie d’urto usate con leggerezza e talvolta contro la volontà di chi le subiva. La terapia elettroconvulsivante, la TEC, in quell’epoca veniva spesso applicata senza anestesia, con strumenti e conoscenze limitate e con rischi che oggi sembrerebbero inaccettabili: convulsioni violente, traumi, fratture, complicanze. Non è una storia da abbellire: basta ricordare com’era l’ambiente e com’era la medicina di allora per capire perché la reputazione si sia “rovinata” sul serio.

Poi arriva la cultura pop e fa quello che sa fare benissimo: prende un pezzo di realtà, lo rende simbolo e lo incolla nella memoria collettiva. Il cinema ha inciso l’elettroshock come metafora della sopraffazione istituzionale: una cura che diventa una punizione, una tecnica che diventa un’arma. Da quel momento, anche quando la pratica medica cambia, l’immaginario resta indietro. È come se la scienza si fosse trasferita in un appartamento nuovo, ma tutti continuassero a bussare al vecchio indirizzo.

E questa storia ha un’altra particolarità: la TEC nasce in Italia. Roma, 1938: Ugo Cerletti e Lucio Bini sviluppano la tecnica in un’epoca in cui la psichiatria aveva pochissime alternative. I farmaci che oggi consideriamo “classici” sarebbero arrivati più tardi, e nel frattempo si tentavano varie strade basate su shock biologici, nella speranza di ottenere un cambiamento profondo e rapido. In quel contesto, la TEC mostrava davvero risultati in alcuni casi. Ma il “come” era il punto dolente: senza anestesia, senza miorilassanti, con rischi fisici evidenti. Se oggi pensiamo all’elettroshock come a qualcosa di barbaro, è anche perché per un periodo storico lo è stato, o comunque lo è sembrato a chi lo subiva.

Con la trasformazione della psichiatria italiana e la chiusura dei manicomi, l’elettroshock diventa automaticamente un emblema del passato da archiviare. E infatti, per molti, basta quel simbolo: se rappresenta un’epoca di soprusi, allora va cancellato. Ma la medicina non ragiona solo per simboli: ragiona per effetti, indicazioni, rischi e benefici. Così la TEC non sparisce: cambia pelle. Viene progressivamente incastrata dentro una cornice di regole e garanzie: procedure in ambiente ospedaliero, presenza di personale addestrato, anestesia generale, rilassamento muscolare, monitoraggio dei parametri vitali, consenso informato. Tradotto: non è più “la scossa” come la immaginiamo, ma un atto medico altamente controllato e relativamente raro.

Com’è, quindi, una seduta di TEC oggi? Non assomiglia per niente alla scena che molti hanno in testa. Si fa in un contesto protetto, con anestesia di breve durata. Viene somministrato un farmaco miorilassante per evitare la convulsione motoria intensa, e il paziente è monitorato in modo completo: cuore, ossigenazione, attività cerebrale. La stimolazione elettrica dura pochissimo; ciò che interessa non è lo “spettacolo” esterno (che infatti quasi non c’è), ma l’evento elettrico cerebrale che viene indotto e controllato. È un intervento breve, con risveglio in tempi rapidi. Se stai pensando a urla e contenzioni, stai guardando la pellicola sbagliata.

Anche le ragioni per cui si usa sono più strette di quanto si creda. La TEC non è una terapia da prima linea. In genere viene considerata quando ci sono quadri gravi e resistenti: depressione maggiore che non risponde ai farmaci, alcune condizioni psicotiche refrattarie, fasi severe del disturbo bipolare, e soprattutto la catatonia, dove in certi casi l’effetto può essere decisivo. Prima di arrivarci, di solito si percorrono altre strade: farmaci, cambi di molecola, combinazioni, strategie di potenziamento. La TEC entra quando la situazione clinica è pesante e il tempo, spesso, è un fattore: perché nelle depressioni gravi il rischio non è solo “stare male”, è perdere del tutto la capacità di vivere, alimentarsi, muoversi, o restare al sicuro.

E gli effetti collaterali? Qui bisogna parlare chiaro, senza fare i fan né i nemici. Il rischio principale è quello legato all’anestesia, come per molte procedure brevi. L’effetto indesiderato più discusso è quello cognitivo: confusione transitoria dopo la seduta e possibili difficoltà di memoria, spesso a breve termine o attorno al periodo del trattamento. In molti casi sono disturbi temporanei, ma restano un punto delicato e per questo oggi si lavora molto su tecniche e parametri per ridurli. E, secondo i dati disponibili, non emerge un aumento del rischio di demenza o di “danni cerebrali” come conseguenza della TEC moderna. Questo non significa che sia acqua fresca: significa che la valutazione va fatta con criteri contemporanei, non con quelli di un’epoca in cui mancavano tutele e strumenti.

Il motivo per cui la TEC continua a essere presente, nonostante tutto, è semplice: in alcuni scenari funziona molto bene. I tassi di risposta nella depressione resistente possono essere alti, e in certe condizioni come la catatonia l’efficacia è uno dei motivi per cui viene considerata una risorsa importante. Il vero problema, spesso, non è far partire la risposta ma mantenerla nel tempo. Come accade in tante terapie per la depressione, una parte delle persone può migliorare e poi perdere terreno nei mesi successivi, e qui entrano in gioco strategie di mantenimento e follow-up che non sono mai “una passeggiata”.

Negli ultimi anni la ricerca ha provato a capire non solo se la TEC funziona, ma come: quali circuiti cerebrali vengono modificati, quali aree si “riposizionano” nel loro equilibrio, cosa cambia nella regolazione emotiva. In parallelo si cerca di personalizzare sempre di più il trattamento: scelte di posizionamento degli elettrodi, impulsi più mirati, parametri adattati al singolo, integrazione con altre tecniche di stimolazione e con terapie farmacologiche, e uso dell’imaging per ridurre al minimo gli effetti collaterali. L’obiettivo è chiaro: ottenere benefici dove servono, togliendo rumore e rischi dove non servono.

In Italia, però, la TEC è ancora poco diffusa rispetto ad altri Paesi. Non perché sia “vietata”, ma perché i centri che la praticano sono pochi, le regole sono stringenti e, soprattutto, lo stigma è tenace. In certi ambienti, nominare la TEC è come nominare un parente imbarazzante ai pranzi di famiglia: tutti sanno che esiste, ma nessuno vuole parlarne. Eppure, chi la vive nella clinica racconta spesso una cosa che spiazza: quando la procedura è spiegata bene e applicata nei contesti giusti, non sempre viene percepita come un trauma; anzi, alcune persone la chiedono perché vedono un miglioramento che non era arrivato in altro modo. Non perché sia “piacevole”, ma perché la depressione grave è un avversario molto più crudele di una seduta breve con anestesia.

Alla fine, l’elettroshock porta addosso due verità contemporaneamente. Una è storica: esiste un passato di abuso e coercizione che ha lasciato cicatrici e che non va minimizzato. L’altra è clinica: la TEC di oggi, dentro regole e controlli, è una procedura diversa, usata in modo selettivo e con un profilo di sicurezza lontanissimo dalle pratiche di un tempo. Il nodo sta nel riconoscere entrambe: ricordare la storia senza trasformarla in prigione, e valutare la medicina attuale senza far finta che la memoria collettiva non conti. Perché i trattamenti non vivono solo nei protocolli: vivono anche nelle paure che si trascinano dietro. E quelle, a volte, sono più testarde di una depressione resistente.


 

Autore Comitato Studi - Sanità
Categoria Salute
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