Non molto tempo fa, tra meme e battute, il mondo ha scherzato sul cosiddetto “Cartel de los Soles” con a capo Nicolás Maduro, l’ex presidente del Venezuela. Quando qualcuno menzionava “Sole” non pensava a un tramonto caraibico, ma a narcotrafficanti militari che, secondo la narrativa statunitense, governavano Caracas come se fosse la sede di un cartello di droga. La cosa aveva un sapore quasi da sitcom politica: il presidente venezuelano come boss di mafia latinoamericana, mentre i commenti online si divertivano a immaginare Maduro che distribuiva ordini come fossero promemoria di riunione.

Poi sono arrivate le notizie serie. Le agenzie di stampa hanno riferito che Delcy Eloína Rodríguez Gómez, presidente ad interim del Venezuela post-Maduro, ha iniziato a **espellere miliziani dell’Éjército de Liberación Nacional (ELN), la guerriglia colombiana che per anni aveva trovato rifugio e spazio operativo lungo la vasta frontiera tra i due paesi. Secondo il ministero della Difesa colombiano, queste operazioni di espulsione rappresentano un cambio netto rispetto alla precedente politica venezuelana, dove le guerriglie si sentivano “al sicuro” nelle zone di frontiera e lungo le rotte di contrabbando transnazionale.

Che cos’è davvero l’ELN?
L’ELN (Ejército de Liberación Nacional) nacque nel 1964 come gruppo guerrigliero marxista-leninista ispirato alla Teologia della Liberazione e alla rivoluzione cubana. Per decenni è rimasto uno dei protagonisti del conflitto armato colombiano, combattendo lo Stato per questioni sociali e politiche. Tuttavia, come molte altre formazioni armate della regione, ha rapidamente mutato carattere. Oggi è più corretto definirlo un attore ibrido: guerriglia con interessi criminali profondamente intrecciati al narcotraffico.

Numeri da guerra: l’organizzazione conta circa 5.000-6.000 combattenti, distribuiti in una ventina di dipartimenti colombiani e con presenze note anche in alcuni stati venezuelani. In passato era meno potente delle smantellate FARC, ma dopo l’accordo di pace di queste ultime nel 2016 occupò spazi territoriali e capitali di influenza lasciati liberi, estendendo la sua presenza soprattutto nelle aree di coltivazione di coca e lungo le rotte di transito.

Il narcotraffico: un business enorme, non un prodotto secondario
L’ELN non è un semplice gruppo di idealisti con fucili: negli ultimi anni è profondamente coinvolto nelle economie illegali, dalla tassazione forzata delle coltivazioni di coca al controllo di rotte di traffico e laboratori. Anche se la leadership spesso afferma di non “gestire” direttamente laboratori o rotte di esportazione, molte fonti ufficiali descrivono una realtà molto più sfumata, con fronti e comandi che si arricchiscono con il contrabbando di droga, estorsioni e altre attività criminali.

Per dare un’idea del contesto: la Colombia produce circa due terzi della cocaina mondiale (su un totale stimato di oltre 2.500-3.000 tonnellate all’anno), generando un giro d’affari da decine di miliardi di dollari che rappresenta una parte significativa dell’economia criminale nazionale.
Nelle aree di confine, in particolare la regione del Catatumbo, ELN si è inserita nella filiera del narcotraffico, facendo da “guardiano” di rotte, imponendo tasse e competendo con altri gruppi per il controllo territoriale. Le valutazioni indipendenti collocano l’ELN tra il 5% e il 15% del volume totale colombiano, a seconda dell’anno e delle fluttuazioni territoriali.

Rivali: Clan del Golfo, dissidenti FARC e altri attori
In questo mercato illegale, ELN non è sola. Altri gruppi combattono per il controllo delle stesse risorse:

Il Clan del Golfo è considerato la più grande e strutturata organizzazione criminale dedita al narcotraffico in Colombia, con migliaia di membri e il controllo di rotte e logistica.
Le dissidenze delle FARC, nate dopo la scissione dal movimento principale dopo l’accordo di pace del 2016, sono frammenti autonomi che oggi operano come cartelli di droga a sé stanti. Queste fazioni spesso si scontrano tra loro e con l’ELN per territorio e profitti.
In alcune zone contese come il Dipartimento di Chocó o nel Catatumbo, si registrano frequenti violenti scontri armati tra queste forze, che col loro conflitto causano sfollamenti, instabilità e un costante flusso di denaro illecito.

Quanto sono ricchi e potenti?
È difficile misurare i “guadagni” di un gruppo come l’ELN, perché non esiste un bilancio ufficiale. Tuttavia, in un’economia in cui il traffico di cocaina genera decine di miliardi di dollari all’anno e le coltivazioni di coca coprono centinaia di migliaia di ettari, anche una fetta delle imposte, dei pedaggi illeciti e dei proventi dalle rotte illegali porta ricchezze enormi rispetto alle fonti legittime di reddito.

Questo denaro non viene speso in Ferrari o ville a Ibiza come nei romanzi di narco-boss messicani, ma è sufficiente per mantenere migliaia di combattenti, reti logistiche, sistemi di influsso locale e reti di corruzione diffuse, che garantiscono una potente influenza nelle zone rurali e di frontiera.

Le miniere illegali che finanziano l’ELN
Se la cocaina è il carburante storico della guerra colombiana, l’oro è diventato negli ultimi anni il suo conto corrente più discreto. L’Ejército de Liberación Nacional (ELN) ha progressivamente rafforzato la propria presenza nelle aree di estrazione mineraria illegale, trasformando fiumi e foreste in una fonte stabile di finanziamento.

Le regioni più colpite sono il Chocó, il Sud di Bolívar, parte dell’Antioquia e del Cauca: territori remoti, ricchi di giacimenti auriferi e storicamente segnati da debole presenza statale. Qui l’ELN non sempre scava direttamente. Più spesso applica il suo modello consolidato: controllo armato del territorio, “tassa rivoluzionaria” su ogni grammo estratto, protezione delle operazioni clandestine, fornitura di carburante e macchinari attraverso reti di contrabbando.

L’oro illegale in Colombia muove complessivamente miliardi di dollari l’anno. Non esistono cifre ufficiali sulla quota esatta sotto influenza dell’ELN, ma in alcune zone il gruppo è l’attore dominante o uno dei principali regolatori del mercato clandestino. A differenza della cocaina, l’oro offre un vantaggio strategico: è più facile da immettere nel circuito legale, meno soggetto alla cooperazione antidroga internazionale e meno visibile mediaticamente. Una volta raffinato, è quasi impossibile distinguere l’oro “pulito” da quello estratto con escavatori illegali sotto la protezione di uomini armati.

Gli introiti per l’ELN derivano da più livelli: percentuali sull’estrazione, pagamenti per la sicurezza, controllo delle rotte di trasporto e, in alcuni casi, partecipazione diretta nelle miniere. Anche senza gestire l’intera filiera, questo sistema può garantire decine di milioni di dollari annui solo in determinate aree, contribuendo in modo significativo al bilancio complessivo dell’organizzazione.

Il costo, però, non è solo economico. Le miniere illegali devastano ecosistemi fluviali, utilizzano mercurio su larga scala e generano sfollamenti forzati delle comunità locali. L’oro che finanzia la guerriglia lascia dietro di sé fiumi contaminati e territori desertificati.

Dalla satira alla realtà: l’ELN oltre il meme
Così, mentre il meme del “Cartel de los Soles capitanato da Maduro” restituiva un’immagine divertente — se non surreale — della criminalità regionale, la realtà è molto più complessa e più cruda.

Già negli anni Novanta e soprattutto durante il mandato di Hugo Chávez, il Venezuela assunse una postura molto più permissiva nei confronti delle guerriglie colombiane, tra cui l’ELN. Nel corso degli anni 2000, l’ELN cominciò gradualmente a stabilire basi nelle aree di frontiera occidentale venezuelana, dove lo Stato centrale esercitava scarso controllo.  Con Nicolás Maduro, questa relazione si consolidò e assunse aspetti più strutturali e, dopo il 2016, l’ELN ha ampliato la propria presenza in Venezuela, non solo nelle zone di frontiera ma in diversi stati interni. In alcuni casi, l’ELN ha operato in cooperazione con forze dell’ordine venezuelane in azioni contro altri gruppi narco insediati a cavallo del confine, secondo alcune ricostruzioni analitiche.

Una rivoluzione che un tempo parlava di ideologia oggi trova nella polvere bianca e nei metalli preziosi le entrate più solide.

Le recenti mosse del Venezuela per espellere questi miliziani, quindi, segnano un segnale politico concreto: non più una terra franca per gruppi armati e trafficanti, ma un cambiamento nella gestione della frontiera che potrebbe incidere sui flussi criminali.
Se questo basterà a spezzare decenni di intrecci tra guerriglia, narcotraffico e potere, è ancora tutta da vedere.