Esteri

Senza sanzioni a Israele la crisi in Medio Oriente non finirà e a pagarne le spese sarà prima di tutto l’Europa

C’è un punto che la diplomazia internazionale continua a eludere, ma che ormai appare sempre più evidente: senza un’azione concreta e incisiva nei confronti di Israele, il conflitto in Medio Oriente è destinato a proseguire, trascinando con sé instabilità, crisi energetiche e tensioni globali che colpiscono e colpiranno soprattutto anche l’Europa.

I negoziati, le tregue temporanee, gli appelli alla moderazione: tutto questo, finora, si è rivelato inutile, puro teatro diplomatico. Le dinamiche sul campo dimostrano che le operazioni militari non si fermano mai ma, nel migliore dei casi, si interrompono solo per riprendere poco dopo con maggiore intensità. In questo contesto, continuare a parlare di mediazione senza affrontare il nodo politico centrale rischia di essere solo un esercizio retorico.

Il nodo è semplice quanto scomodo: non può esistere una pace duratura se una delle parti continua ad agire senza subire conseguenze concrete sul piano internazionale, essendo responsabile di apartheid, genocidio, pulizia etnica e una guerra illegale contro uno Stato sovrano. Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’Europa. Un continente che si definisce garante dei diritti, promotore della diplomazia e della stabilità, ma che finora ha mostrato una evidente incapacità – o mancanza di volontà – nel tradurre questi principi in azioni concrete.

Le sanzioni non sono uno strumento simbolico. Sono, al contrario, uno dei pochi mezzi realmente efficaci per esercitare pressione politica senza ricorrere all’escalation militare. Lo dimostrano numerosi precedenti internazionali: quando la comunità internazionale ha deciso di agire in modo compatto, i risultati sono arrivati. Quando invece ha scelto la linea della prudenza o dell’ambiguità, i conflitti si sono trascinati per anni, spesso aggravandosi.

Nel caso attuale, l’assenza di misure concrete nei confronti di Israele, dopo tutti i crimini di cui lo Stato ebraico si è reso responsabile, non può che essere interpretato per quello che è: un segnale di impunità. Un segnale che indebolisce ogni tentativo negoziale, perché rende evidente uno squilibrio: da un lato si chiedono concessioni e moderazione, dall’altro non si impongono costi reali a chi è responsabile di un'escalation militare.

Per di più, per l’Europa la questione non è solo morale, ma anche strategica. Il Medio Oriente è un crocevia fondamentale per energia, commercio e sicurezza. Ogni escalation si traduce in instabilità dei mercati, aumento dei prezzi e nuove pressioni migratorie. Continuare a restare spettatori equivale, di fatto, a subire le conseguenze senza incidere sulle cause. In poche parole, si tratta di un suicidio politico che equivale a mettere in seria difficoltà circa 450 milioni di europei... perché 6 milioni di ebrei devono realizzare il sogno delinquenziale di uno Stato ebraico che va dal fiume al mare, comprendendo il sud del Libano e della Siria e perché Netanyahu possa continuare ad libitum a fare il primo ministro!

Sanzionare Israele significherebbe rompere un equilibrio diplomatico consolidato, ma anche dimostrare che esistono limiti che non possono essere superati senza conseguenze. Sarebbe un segnale chiaro: la pace non è negoziabile solo a parole, ma deve essere sostenuta da scelte politiche concrete, oltretutto nei confronti di uno Stato che si dice alleatoa parole, ma che nella sostanza ha fatto e continua a fare esclusivamente i propri interessi.

Naturalmente, una simile decisione richiederebbe unità e coraggio. Due elementi che, negli ultimi anni, l’Europa ha faticato a dimostrare su questo dossier. Ma è proprio in momenti come questi che si misura la credibilità internazionale di un attore politico.

Continuare a evitare il problema non lo farà sparire. Al contrario, rischia di rafforzarlo. Se davvero si vuole fermare il conflitto, la strada è ormai tracciata: passare dalle dichiarazioni alle azioni. Anche quando queste azioni comportano scelte apparentemente difficili.

Ripetiamolo, perché sia ben chiaro: Continuare a restare spettatori equivale, di fatto, a subire le conseguenze senza incidere sulle cause. In poche parole, si tratta di un suicidio politico che equivale a mettere in seria difficoltà circa 450 milioni di europei... perché 6 milioni di ebrei devono realizzare il sogno delinquenziale di uno Stato ebraico che va dal fiume al mare, comprendendo il sud del Libano e della Siria e perché Netanyahu possa continuare ad libitum a fare il primo ministro!

Ha senso?

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
ha ricevuto 457 voti
Commenta Inserisci Notizia