Negli ultimi anni, uno dei problemi rilevanti per il sistema sanitario pubblico è rappresentato dall’elevato volume di prescrizioni di esami diagnostici e visite specialistiche, spesso segnalate come “inappropriate” o “superflue”.
Il "danno collaterale" è considerevole: le prescrizioni “inappropriate” o “superflue” da un lato incidono sui tempi d’attesa, dall'altro sui costi e nel complesso generano un'organizzazione disfunzionale delle prestazioni sanitarie.
In questo contesto, l’AUSL di Modena ha adottato una sperimentazione che introduce un bonus per i medici di base che mantengono il numero di prescrizioni entro determinate soglie, ritenendo in questo modo di incentivare l’appropriatezza prescrittiva.
Il provvedimento riguarda la provincia di Modena, con accordo siglato tra l’AUSL e il sindacato FIMMG (medici di medicina generale) per il 2020. L’accordo è definito come misura di “appropriatezza” delle prestazioni e prevede che:
- Ai medici di base viene offerto un incentivo pari a 1,20 euro per ogni assistito che resti entro una soglia definita di prescrizioni rispetto al 2024
- Il bonus può arrivare teoricamente fino a circa 1.800 euro annui per un medico che abbia ~1.500 assistiti e che centri l’obiettivo
- La soglia stabilita è che il numero di prescrizioni di esami/visite specialistiche non superi del +25% o non scenda del -25% rispetto ai valori del 2024 per le tipologie di prestazioni individuate.
- Le prestazioni coinvolte sono 12 tipologie considerate ad alto volume o a rischio di ripetizione/inappropriatezza: visite di dermatologia, oculistica, otorinolaringoiatria, gastroenterologia, urologia, pneumologia; indagini diagnostiche come TAC, risonanza magnetica, gastroscopia, colonscopia.
La misura è particolarmente controversa.
Infatti, la Regione Emilia-Romagna motiva le restrizioni in base ai numeri molto diversi tra professionisti sulla stessa area geografica, che connoterebbero uno squilibrio tra medici di base in termini di volume prescrittivo, per la medesima casistica.
Viceversa, le sigle sindacali dei medici che non hanno sottoscritto l'accordo (SNAMI e altri) sostengono che il bonus non tiene conto delle caratteristiche degli assistiti e che un medico con una casistica che richiede più esami (per patologie più complesse nella sua zona) rischia di essere penalizzato se la soglia è “una tantum”.
L'Emilia-Romagna, come in altre regioni, il sistema sanitario pubblico è sotto pressione per le lunghe liste d’attesa, dunque il Servizio Sanitario Regionale vede la riduzione delle le prescrizioni inappropriate come uno strumento per liberare capacità (posti, specialisti, tempo) per chi ha effettiva necessità.
Anche in questo caso, i sindacati contrari sostengono che c’è il rischio che una politica incentrata solo sul contenimento quantitativo possa generare ombre, ovvero che vengano ridotte prestazioni che erano effettivamente utili. Dare incentivi per “prescrivere meno” può far sorgere nel paziente il dubbio: «Mi è stato negato l’esame perché non serve oppure perché il medico vuole prendere il bonus?»
La Regione parla di un "esperimento locale" con possibilità di scala: Modena diventa un “laboratorio” per comprendere dinamiche, rischi e benefici, e potenzialmente estendere la sperimentazione ad altre regioni, con aggiustamenti locali.
Alcuni politici di opposizione (es. Fratelli d’Italia, Forza Italia) hanno avvertito che l’incentivo potrebbe generare spinta verso il pronto soccorso o al privato se le prescrizioni “si riducono troppo”. Ad esempio, gli assistiti da medici e centri specialistici che già ora hanno volumi più elevati.
La misura adottata per Modena vuole a spostare l’attenzione dal “fare tante prestazioni” al “fare le prestazioni giuste”, traducendosi in migliore outcomes per il paziente, meno attese, meno duplicazioni diagnostiche inutili. Secondo l'accordo sindacale sottoscritto in Emilia Romagna, il semplice fatto di monitorare e rendicontare i volumi prescrittivi dovrebbe stimolare i medici a riflettere sulle proprie abitudini, promuovere la medicina basata sulle evidenze e favorire maggior dialogo tra medici di base e specialisti.
In realtà, il "laboratorio" modenese sembra essere altro che un ennesimo palliativo per aggirare il vero problema: la mancanza di trasparenza/definizione rigida di ciò che è “appropriato”: Il nodo più delicato, riconosciuto dall’AUSL stessa, è “chi decide cosa è davvero appropriato?”
La risposta sarebbe semplice (se piacesse ...): per le malattie croniche con LEA come per le malattie rare già da una ventina di anni dovrebbero esistere i Centri specialistici appositi con "esperti" qualificati, proprio per garantire le cure "appropriate", con una routine periodica di controlli e la DEA per le emergenze.
I medici di medicina generale dovrebbero amministrare i Piani assistenziali e/o diagnostico-terapeutici, rinviando il paziente al Centro quando si verificano complicanze.
Il motivo per cui i MMG diventano dei dispensatori di impegnative "tutto fare" è che a volte questi Hub sono inesistenti, a volte solo sulla carta, spesso depotenziati, solitamente saturi, sempre senza linee guida nazionali ed in balia dei giochi aziendali e regionali.
E questo è anche uno dei motivi per cui Recup e Pronti Soccorsi sono saturi, non solo per le impegnative "inappropriate" dei MMG o le cure "superflue" che chiedono i pazienti.

