Ogni giorno respiriamo circa ventimila volte. Insieme all’ossigeno, nell’organismo possono entrare polveri sottili, biossido di azoto, ozono e numerosi altri contaminanti. In Italia la qualità dell’aria è migliorata rispetto al passato, ma l’inquinamento atmosferico resta uno dei principali rischi ambientali per la salute. La distanza tra le concentrazioni attuali, i nuovi limiti europei del 2030 e i valori raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità mostra quanto il problema sia ancora lontano dall’essere risolto.
Parlare di aria pulita o inquinata, infatti, è una semplificazione. Dietro la definizione di “qualità dell’aria” ci sono sostanze molto diverse, sorgenti naturali e attività umane, reti di rilevamento, modelli matematici e norme che stabiliscono soglie differenti. Soprattutto, rispettare un limite di legge non significa necessariamente respirare aria priva di rischi. È proprio la distanza tra conformità normativa e tutela effettiva della salute a guidare le nuove politiche europee.
Polveri sottili, traffico e ozono Tra gli inquinanti più pericolosi figurano il PM10 e il PM2,5. Le sigle indicano particelle con diametro aerodinamico rispettivamente non superiore a 10 e 2,5 micrometri. Le più fini riescono a penetrare in profondità nei polmoni e, in parte, a raggiungere il sistema circolatorio, interessando anche organi diversi dall’apparato respiratorio.
Le fonti comprendono il riscaldamento degli edifici, il traffico, le attività industriali, l’agricoltura e numerosi processi di combustione. Non tutto il particolato viene emesso direttamente: una quota consistente si forma nell’atmosfera attraverso reazioni chimiche che coinvolgono ammoniaca, ossidi di azoto, anidride solforosa e altri precursori.
Il biossido di azoto, o NO₂, è invece strettamente legato alle combustioni. Nelle aree urbane le concentrazioni più elevate vengono rilevate soprattutto vicino alle strade con maggiori flussi di traffico. Diverso il comportamento dell’ozono troposferico: non esce direttamente da camini e tubi di scarico, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni fotochimiche favorite dalla luce solare e dalle temperature elevate. Per questo raggiunge i livelli più critici durante l’estate e rende sempre più stretto il rapporto tra inquinamento atmosferico e riscaldamento globale.
Accanto a queste sostanze vengono controllati biossido di zolfo, monossido di carbonio, benzene, metalli e benzo(a)pirene. La nuova disciplina europea amplia inoltre il monitoraggio delle particelle ultrafini e del black carbon, il carbonio prodotto principalmente dalle combustioni incomplete. La direttiva europea 2024/2881 prevede apposite supersiti di osservazione per raccogliere dati più approfonditi su questi contaminanti emergenti.
Il miglioramento italiano non cancella le criticità I dati nazionali mostrano progressi, ma anche forti squilibri territoriali e stagionali. Secondo l’ISPRA, nel 2024 tutte le stazioni hanno rispettato per la prima volta il limite annuale vigente per il PM2,5. Anche il limite annuale del PM10 è stato osservato quasi ovunque, mentre quello giornaliero è stato superato in 96 stazioni, pari al 17% di quelle considerate. Le situazioni più problematiche si concentrano soprattutto nel bacino padano, in alcune aree della Campania e in altre zone caratterizzate da condizioni meteorologiche e geografiche sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti.
Per il biossido di azoto, il valore annuale di 40 microgrammi per metro cubo è stato rispettato nel 98% delle stazioni. I superamenti restano localizzati in prossimità delle arterie più trafficate di città come Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Palermo e Catania.
Il dato più negativo riguarda l’ozono. Nel 2024 soltanto 55 stazioni su 343, il 16%, hanno rispettato l’obiettivo a lungo termine per la protezione della salute. Il quadro conferma che il miglioramento medio non basta: alle criticità invernali legate alle polveri sottili si affiancano quelle estive provocate dall’ozono.
Un rischio che cresce con l’esposizione prolungata L’inquinamento atmosferico non produce danni soltanto durante le giornate di emergenza. Conta soprattutto l’esposizione continuativa, anche a concentrazioni moderate. Per questo le medie annuali hanno un’importanza centrale nella valutazione sanitaria.
Le linee guida dell’OMS collegano l’esposizione agli inquinanti atmosferici a un aumento del rischio di cardiopatie ischemiche, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma e tumore del polmone. Bambini, anziani, donne in gravidanza e persone con patologie respiratorie o cardiovascolari sono maggiormente vulnerabili, ma l’esposizione riguarda l’intera popolazione.
L’Agenzia europea dell’ambiente stima che il 95% degli abitanti delle città europee sia ancora esposto a concentrazioni superiori alle raccomandazioni dell’OMS per almeno uno degli inquinanti considerati. Nella sua valutazione sanitaria pubblicata nel 2025, l’Agenzia attribuisce all’esposizione registrata nell’Unione europea nel 2023, oltre i livelli indicati dall’OMS, circa 182.000 decessi per il PM2,5, 63.000 per l’ozono e 34.000 per il biossido di azoto.
Le tre cifre non possono essere sommate, perché una stessa persona viene esposta contemporaneamente a più inquinanti e gli effetti sanitari si sovrappongono. Rimangono però la misura di un impatto ancora enorme, nonostante i decessi attribuibili al PM2,5 siano diminuiti del 57% nell’Unione europea tra il 2005 e il 2023.
La distanza tra legge e salute I valori limite europei sono obblighi giuridici che gli Stati devono rispettare. I valori guida dell’OMS sono invece raccomandazioni elaborate sulla base delle evidenze scientifiche e orientate alla massima protezione possibile della salute. Non hanno automaticamente valore di legge e sono molto più severi.
Attualmente il limite annuale europeo per il PM2,5 è pari a 25 microgrammi per metro cubo, cinque volte il valore di 5 raccomandato dall’OMS. Per il PM10 il confronto è tra 40 e 15 microgrammi, mentre per il biossido di azoto è tra 40 e 10. Un territorio può quindi risultare formalmente in regola pur mantenendo concentrazioni associate a conseguenze sanitarie.
Dal 1° gennaio 2030 la direttiva 2024/2881 dimezzerà molti degli attuali limiti: il PM2,5 scenderà a 10 microgrammi per metro cubo, il PM10 a 20 e il biossido di azoto a 20. Verranno inoltre introdotti standard giornalieri più rigidi: per il PM2,5 una media di 25 microgrammi da non superare per più di 18 giorni all’anno e per il PM10 una media di 45 microgrammi, sempre con un massimo di 18 superamenti.
I nuovi valori europei resteranno meno severi di quelli sanitari dell’OMS, ma imporranno una netta accelerazione. Molte zone oggi considerate conformi dovranno ridurre ulteriormente le concentrazioni entro pochi anni.
La novità più importante riguarda però l’esposizione collettiva. La direttiva non si limita alle aree nelle quali viene superato un limite, ma introduce obblighi di riduzione dell’esposizione media della popolazione a PM2,5 e NO₂. L’obiettivo non è soltanto eliminare le situazioni peggiori, ma abbassare progressivamente l’inquinamento respirato da tutti.
In Italia il recepimento è entrato nella fase parlamentare. Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo in esame preliminare il 5 agosto 2026 e il testo è stato trasmesso alle Camere come Atto del Governo n. 435. Dopo i pareri parlamentari, il provvedimento dovrà tornare al Governo per l’approvazione definitiva. La scadenza europea per completare il recepimento è fissata all’11 dicembre 2026.
La vera sfida comincia adesso. Servono interventi coordinati su traffico, riscaldamento, industria, agricoltura ed efficienza energetica, insieme a sistemi di monitoraggio più avanzati. L’aria italiana è mediamente migliore rispetto a vent’anni fa, ma essere sotto una soglia normativa non equivale ancora a essere al sicuro. Il traguardo non è soltanto rispettare i limiti: è ridurre concretamente il rischio che accompagna ciascuno dei nostri ventimila respiri quotidiani.
Inquinamento dell’aria, rispettare i limiti non basta: la sfida italiana verso il 2030


