Dopo aver gonfiato quanto accaduto a Torino fino a trasformarlo in “terrorismo”, il governo si è lanciato nell'ennesimo annuncio a effetto: nuovo “pacchetto sicurezza”, urgentissimo, inevitabile, salvifico. Il quinto? Il sesto? Poco importa: è propaganda seriale, non politica. Rumore, slogan, titoli. Poi il vuoto.
Vertice di maggioranza. Convocati persino i vertici delle forze di polizia – perché fermarsi lì, perché non chiamare direttamente i generali? – con che risultato? Il niente. Zero. Nessuna misura concreta, nessuna linea chiara, nessuna strategia. Solo una richiesta surreale alle opposizioni: votare insieme una risoluzione, come se fossimo in una finta “unità nazionale” fuori dal tempo e fuori dalla realtà. Le opposizioni, se hanno un minimo di dignità politica, dovrebbero rifiutare senza esitazioni.
Nel frattempo Giorgia Meloni continua a recitare una parte che non le appartiene: quella della statista istituzionale. Ma poi ordina ai magistrati il copione, suggerisce i capi d'accusa, indica il reato giusto: “tentato omicidio”. Giustizia per decreto mediatico. E corre a farsi fotografare al capezzale degli agenti contusi, costretta a sbrigarsi perché, per fortuna, erano già stati dimessi. La realtà non regge mai la messinscena.
Questo governo non sa governare, ma comunica in modo ossessivo. Trasforma un episodio gravissimo – il pestaggio di un poliziotto – nell'unica notizia possibile, cancellando tutto il resto: una manifestazione enorme, partecipata, politicamente significativa; decine di episodi di violenza di segno opposto; video che mostrano agenti isolati a caccia di qualcuno da colpire, dinamiche pericolose anche per loro stessi. Tutto rimosso. Tutto sacrificato sull'altare della narrazione.
E no, smettiamola con il paragone facile con Minneapolis. Lì i cittadini provano a evitare lo scontro fisico, usano fischietti, telefoni, pressione collettiva. Hanno capito una cosa semplice: non puoi scegliere il terreno dello scontro quando dall'altra parte ci sono forza, armi, apparati. Se lo fai, perdi in partenza. Se vuoi evitare lo stato d'assedio, non lo costruisci da solo.
Ma soprattutto basta con la favola che “sono stati i manifestanti cattivi” a offrire al governo l'occasione per la stretta repressiva. È una bugia comoda. La stretta repressiva era già scritta. Da tre anni e mezzo Meloni governa alimentando l'emergenza sicurezza, nonostante le statistiche raccontino altro. I decreti repressivi circolavano già, le bozze erano pronte, Torino non c'entrava nulla. Torino è solo diventata il pretesto perfetto.
Questo nuovo decreto, prima o poi, lo approveranno. Dopo essersi messi d'accordo su chi deve intestarsene i “meriti”.
Non renderà le persone più sicure. Non proteggerà le masse impoverite, né chi vive precarietà, né chi è schiacciato da crisi economiche e guerre. Servirà a un'altra cosa: restringere ancora di più il diritto di dissentire, di protestare, di manifestare. Punto.
E produrrà l'unico effetto che la destra conosce bene: più rabbia, più tensione, più conflitto. Il copione è sempre lo stesso: reprimere per provocare, provocare per giustificare altra repressione. Una spirale che non ha nulla a che fare con la sicurezza e tutto a che fare con il controllo.
Questo gioco non va accettato. Va disertato. Politicamente, culturalmente, socialmente. Perché uno Stato che non sa governare e sa solo reprimere non sta difendendo l'ordine: sta costruendo il disordine che gli serve per restare in piedi.


