Il procuratore sportivo rilancia il suo “Principio di Valorizzazione” e punta sulla personalizzazione del lavoro: «Prima analizziamo la prestazione, poi interveniamo sulle carenze. I dati non sostituiscono l’allenatore, gli permettono di conoscere meglio l’atleta»

Il calcio dei prossimi anni potrebbe giocarsi anche lontano dai novanta minuti della partita. Dati, analisi video, algoritmi e intelligenza artificiale stanno assumendo un ruolo sempre maggiore nella preparazione degli atleti e, secondo Alessio Sundas, è proprio nell’allenamento individuale che questa trasformazione può produrre alcuni degli effetti più importanti.

Il procuratore sportivo italiano parte da qui per spiegare uno dei cardini del suo “Principio di Valorizzazione”: smettere di considerare l’allenamento come un percorso necessariamente identico per tutti e utilizzare i dati per capire dove e come ogni singolo calciatore possa migliorare.

«Possiamo avere venti giocatori della stessa età che si allenano insieme, ma non avremo mai venti calciatori con gli stessi punti di forza e le stesse carenze. Per questo ritengo che, accanto al lavoro collettivo, debba esserci un percorso costruito sulle caratteristiche del singolo atleta», sostiene Sundas.

Il concetto alla base del modello è quello della misurazione. Attraverso Algorithm.Soccer, Sundas punta ad analizzare differenti indicatori della prestazione per ottenere una fotografia delle caratteristiche del giocatore.

La ASM Measurement Unit, indicata dal manager come unità proprietaria di misurazione, viene utilizzata all’interno del modello per tradurre le informazioni raccolte in parametri attraverso i quali individuare punti di forza e margini di crescita.

«Se un calciatore presenta una carenza in un determinato fondamentale, è lì che dobbiamo concentrare parte del lavoro. Dopo un periodo di allenamento lo analizziamo nuovamente e verifichiamo se quel valore è migliorato. Il dato acquista significato quando diventa uno strumento per programmare il lavoro».

Un approccio che Sundas riassume attraverso una formula: misurare, intervenire, misurare nuovamente.

L’utilizzo crescente della tecnologia nel calcio porta però con sé una domanda: fino a che punto l’algoritmo può entrare nelle competenze tradizionalmente affidate all’allenatore?

Su questo Sundas traccia una linea precisa.

«Non credo in un calcio nel quale una macchina sostituisce l’allenatore. Credo esattamente nel contrario: la tecnologia deve fornire all’allenatore informazioni che prima non aveva. La decisione finale rimane umana, ma può essere presa conoscendo molto meglio il giocatore».

È la stessa impostazione che il procuratore applica allo scouting: l’occhio dell’osservatore rimane importante, ma può essere affiancato da elementi oggettivi capaci di documentare rendimento e progressione dell’atleta.

L’attenzione di Sundas si concentra soprattutto sui giovani calciatori, perché è durante gli anni della formazione che conoscere tempestivamente le proprie carenze può incidere maggiormente sul percorso successivo.

«Un ragazzo di quattordici o quindici anni ha davanti anni fondamentali per la propria crescita. Dirgli semplicemente che non è abbastanza forte serve a poco. Dobbiamo essere capaci di spiegargli dove deve migliorare e costruire un percorso che gli permetta di provarci».

In questa prospettiva, il dato cambia anche funzione: non più soltanto uno strumento per selezionare, ma uno strumento per formare.

Ed è qui che il Principio di Valorizzazione di Sundas incontra la sua tesi più netta: avere talento rappresenta l’inizio del percorso, non la garanzia del risultato.

«Il talento è il punto di partenza, non quello di arrivo. Nel calcio abbiamo visto tantissimi ragazzi considerati fenomeni a sedici anni che poi non sono riusciti ad arrivare ai massimi livelli. Valorizzare significa lavorare perché il potenziale possa trasformarsi in prestazione».

Per Sundas, quindi, la prossima frontiera non sarà semplicemente avere più tecnologia nei club, ma sapere trasformare i numeri in lavoro sul campo.

Perché algoritmi e intelligenza artificiale possono dire molto su un calciatore. Ma la sfida decisiva resta quella di sempre: renderlo migliore quando entra in campo.