Non si tratta di un episodio isolato, né di una polemica contingente legata a singole persone o a specifiche istituzioni. Quello che sta emergendo, con sempre maggiore evidenza, è un fenomeno culturale più ampio, una frattura che attraversa il mondo della formazione, delle istituzioni e del rapporto tra sapere, responsabilità pubblica e Stato. Prima Bologna, ora Pontremoli: due contesti diversi, due storie differenti, ma una dinamica sorprendentemente simile, che merita di essere letta con attenzione e senza semplificazioni.
A Bologna, alcuni cadetti dell’Accademia Militare si sono visti di fatto ostacolare la possibilità di studiare Filosofia. Una disciplina che, per sua natura, non addestra all’obbedienza meccanica ma alla riflessione critica, alla comprensione dei fondamenti etici dell’agire, al confronto con il limite, con il dubbio e con la responsabilità. A Pontremoli, invece, un percorso di dialogo e supporto educativo – fondato su donazioni, borse di studio universitarie e sulla riqualificazione di ambienti scolastici non più adeguati – è stato progressivamente ricondotto a categorie ideologiche che non gli appartenevano, fino a trasformare un atto di sostegno in un presunto problema.
Il filo rosso che unisce questi due casi non è la difesa in senso stretto, né l’esercito, né tantomeno la tecnologia. Il filo rosso è la difficoltà crescente di far dialogare mondi che, per loro natura, dovrebbero parlarsi. È la paura, spesso non dichiarata, che il confronto produca contaminazione, che l’apertura generi complessità, che l’incontro tra saperi diversi costringa a uscire da schemi rassicuranti.
Nel caso di Bologna, questa chiusura ha riguardato l’università. A Pontremoli, invece, il quadro è ancora più delicato: non è un ateneo a chiudere le porte, ma un’istituzione ecclesiastica, che opera in ambito educativo e che vive anche grazie al sostegno diretto e indiretto dello Stato, attraverso contributi, convenzioni, riconoscimenti e benefici previsti dall’ordinamento italiano. Proprio per questo, ci si sarebbe aspettati una maggiore apertura al dialogo, una più alta consapevolezza del ruolo pubblico che tali istituzioni rivestono e della responsabilità che ne deriva verso la collettività.
In questo contesto emerge un ulteriore elemento che non può essere ignorato: la Fondazione Olitec è stata strumentalizzata all’interno di una contrapposizione locale, una sorta di conflitto politico-simbolico tra ambienti diocesani portatori di un pacifismo di facciata e l’amministrazione comunale, del tutto estraneo alla natura delle attività e delle finalità della Fondazione. Un soggetto terzo, impegnato esclusivamente sul piano educativo, scientifico e formativo, è stato così utilizzato come bersaglio indiretto di una disputa che non gli apparteneva, con l’effetto di distorcere il senso reale delle iniziative proposte.
Questa strumentalizzazione è forse l’aspetto più grave dell’intera vicenda. Quando una fondazione che offre borse di studio, risorse economiche e competenze viene trascinata in una narrazione che contrappone presunti “pacifisti” a presunti “bellicisti”, il dibattito perde serietà e si trasforma in retorica, incapace di distinguere tra guerra e difesa, tra violenza e responsabilità, tra ideologia e realtà.
È qui che occorre una precisazione netta e documentabile: la Fondazione Olitec ha programmi attivi e strutturati contro ogni forma di violenza, con iniziative concrete a sostegno delle donne in difficoltà, percorsi di protezione e reinserimento, attività educative sul rispetto della persona e azioni esplicite di contrasto agli abusi sui minori. Questi programmi non sono dichiarazioni di principio, ma interventi operativi, continuativi e verificabili. La tutela dei più fragili è parte integrante della missione della Fondazione.
Proprio per questo risulta paradossale che un soggetto impegnato in modo così chiaro contro la violenza, contro gli abusi e per la protezione delle persone vulnerabili venga associato, anche solo indirettamente, a narrazioni che nulla hanno a che vedere con il suo operato. Tanto più se si considera che, nel corso della storia recente, l’ambito ecclesiastico ha dovuto confrontarsi con gravi casi di abusi, riconosciuti e affrontati con fatica, e che la protezione dei minori richiede oggi – da parte di tutti – trasparenza, responsabilità e collaborazione, non chiusura o rimozione. Richiamare questo dato non è un atto accusatorio, ma un richiamo alla realtà e alla necessità di una vigilanza costante, soprattutto quando si opera nel campo educativo.
In Italia, il tema della difesa continua a essere trattato come una questione separata dal resto della vita civile. Come se la sicurezza di un Paese fosse solo una questione di mezzi, e non anche di cultura, formazione, etica e visione. Eppure la difesa di una nazione non si esaurisce nell’armamento o nelle strategie militari. La difesa è anche capacità di pensare, di comprendere il contesto storico e geopolitico, di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni. È, prima di tutto, una questione culturale.
Un cadetto che studia Filosofia non diventa meno affidabile; diventa più consapevole. Uno studente che accede a una borsa di studio in informatica, intelligenza artificiale o cybersecurity non viene “indirizzato”, ma messo nelle condizioni di comprendere strumenti che già oggi modellano il mondo. Un’istituzione che dialoga con mondi complessi non perde la propria identità: la rafforza, perché dimostra di saperla abitare senza paura.
Nel caso di Pontremoli, ciò che colpisce non è soltanto l’esito, ma il processo. Una fondazione chiamata più volte a intervenire. Richieste scritte, incontri pubblici, partecipazione a eventi istituzionali, momenti di confronto con studenti, famiglie e docenti. Una proposta chiara e verificabile: borse di studio universitarie triennali per giovani meritevoli, risorse economiche per rendere agibili spazi scolastici oggi fuori da ogni standard minimo, nessuna attività avviata senza un progetto formalmente sottoscritto, nessuna imposizione sull’identità del liceo o sulla sua offerta formativa.
Eppure, a posteriori, tutto questo viene riletto come se fosse altro. Come se l’aiuto fosse un’ingerenza. Come se l’opportunità fosse una minaccia. Come se il dialogo fosse, di per sé, un problema da neutralizzare. È qui che lo “schiaffo” non colpisce una fondazione, un progetto o un singolo evento. Colpisce qualcosa di molto più profondo: l’idea stessa di collaborazione istituzionale, la possibilità che scuola, università, ricerca, tecnologia e difesa possano sedersi allo stesso tavolo senza pregiudizi.
In entrambi i casi, Bologna e Pontremoli, c’è un dato che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore il futuro del Paese: a pagare il prezzo più alto sono sempre i giovani. Giovani che vogliono studiare, che cercano strumenti per comprendere la realtà in cui vivono, che provano a costruirsi un futuro non subendolo, ma interpretandolo. Quando un percorso viene interrotto senza chiarezza, quando una proposta viene respinta per ragioni non esplicitate fino in fondo, il messaggio che passa è semplice e devastante: è meglio non esporsi, meglio non fare domande, meglio restare dentro confini ristretti e rassicuranti.
Su questo punto è intervenuto anche Massimiliano Nicolini, direttore della Fondazione Olitec, con una dichiarazione che chiarisce definitivamente la posizione dell’ente e il suo orientamento valoriale:
«La Fondazione Olitec non ha nulla a che fare con la guerra. Il nostro lavoro è contro la violenza, a tutela delle donne in difficoltà, a protezione dei minori e a sostegno dei giovani. Siamo fermamente contrari alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Difendere il Paese significa investire nella conoscenza, nel pensiero critico e nella responsabilità. La pace non nasce dall’ignoranza, ma dalla formazione e dalla capacità di guardare la realtà senza ipocrisie».
La domanda, allora, non è se la difesa debba dialogare con la cultura, con la scuola, con l’università e con la tecnologia civile. La domanda è come potrebbe non farlo. Difendere il futuro significa anche difendere la capacità di un Paese di pensare se stesso, di interrogarsi, di formare cittadini e professionisti consapevoli. Chiudere le porte non è prudenza: è paura. E quando la paura entra nelle istituzioni educative, il danno non è immediato, ma profondo e duraturo.
Dopo Bologna, anche Pontremoli racconta la stessa storia. Non una storia di armi, ma di mancanza di dialogo. Non una storia di sicurezza, ma di fragilità culturale. Se davvero vogliamo parlare di difesa, allora dobbiamo avere il coraggio di affrontare questo nodo: la difesa del futuro passa dalla capacità di tenere aperti i canali del confronto, anche – e soprattutto – quando è scomodo.
Perché il futuro non si difende chiudendo le porte.
Si difende avendo il coraggio di tenerle aperte.


