L'Italia si sta mangiando il proprio suolo, letteralmente. Il Rapporto 2025 dell'Ispra sul consumo di suolo registra il peggior saldo degli ultimi dodici anni: nel solo 2024 sono stati coperti artificialmente 83,7 chilometri quadrati di territorio, con un incremento del 15,6% rispetto all'anno precedente. Il consumo netto – che tiene conto delle aree rinaturalizzate – si attesta a 78,5 chilometri quadrati.

Un dato allarmante, soprattutto perché si registra in un Paese dove la popolazione diminuisce, ma la superficie cementificata continua ad aumentare. A denunciarlo con forza è Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia: «Il suolo è una risorsa non rinnovabile, indispensabile alla vita. Eppure continuiamo a distruggerlo come se fosse infinito».

Il suolo: risorsa vitale ma trattata come merce
Il rapporto sottolinea come il suolo non sia solo paesaggio: è cibo, acqua, biodiversità, regolazione del clima. «Non esiste tecnologia che possa sostituire i servizi ecosistemici del suolo», rimarca Nappini. Ma le attività umane continuano a erodere soprattutto le aree più fertili, quelle agricole, compromettendo la sicurezza alimentare nazionale e l'economia legata al Made in Italy.

Tra le nuove cause di consumo di suolo nel 2024, l'Ispra segnala tre fattori emergenti: piattaforme logistiche, data center e impianti fotovoltaici installati a terra. Questi ultimi rappresentano un paradosso: nati per favorire la transizione ecologica, stanno sottraendo ettari preziosi all'agricoltura. In un solo anno hanno coperto 1.702 nuovi ettari, per l'80% su terreni produttivi.

Un costo economico e ambientale insostenibile
Il consumo di suolo è strettamente legato al rischio idrogeologico. Più cemento significa meno capacità del terreno di assorbire l'acqua, più frane, più alluvioni. Le stime parlano chiaro: i danni annuali legati a frane e alluvioni raggiungono i 3,3 miliardi di euro, triplicati dal 2010. Una cifra che supera un sesto della manovra economica nazionale.

Un Paese che costruisce nel vuoto e abbandona l'esistente
L'Italia è già oggi coperta artificialmente per il 7,17% della sua superficie, quasi il doppio della media europea. Eppure le aree edificabili inutilizzate e gli immobili abbandonati abbondano. «Serve un censimento e una politica di riconversione. Il suolo non è una voce di bilancio, è un bene pubblico da proteggere», avverte Nappini. In regioni come Lombardia, Veneto e Campania oltre il 10% del suolo è già consumato.

Europa: tra obiettivi ambiziosi e realtà drammatica
L'Unione europea ha fissato un obiettivo chiaro: consumo netto di suolo zero entro il 2050, e stop alla perdita di aree verdi urbane entro il 2030. Ma allo stato attuale questi target sono lontanissimi. Una speranza arriva però dal Parlamento europeo, che ha appena approvato una direttiva sul monitoraggio del suolo, vincolando gli Stati membri a intervenire con urgenza.

Per Slow Food Italia è un passo avanti concreto: «La direttiva dimostra che la politica, quando vuole, può agire. Ora tocca all'Italia decidere se continuare a consumare il proprio futuro o iniziare a preservarlo».

La conclusione è brutale: senza suolo, non c'è vita
La fotografia tracciata dal rapporto Ispra non è solo un campanello d'allarme: è un ultimatum. Il suolo sta scomparendo più velocemente di quanto il Paese sia in grado di rendersene conto. La popolazione diminuisce, ma le colate di cemento avanzano. Crescono gli oneri di urbanizzazione nelle casse pubbliche, ma il capitale naturale, quello reale, viene distrutto.

Il futuro dell'Italia si gioca sotto i nostri piedi. E lo stiamo perdendo, metro dopo metro.