Cultura e Spettacolo

MITKO GOGOV – “PESNI” (CANZONI) – dalla raccolta poetica “DIO DEI BA(C)TERI”

Recensione a cura di Calogero La Vecchia

 Il contesto poetico macedone contemporaneo

La poesia macedone contemporanea si muove tra le tensioni di un tempo fragile: eredità di una storia segnata da confini mobili e identità in cerca di equilibrio, ma anche apertura verso un linguaggio globale, tecnologico, a tratti disincantato. Dopo i maestri del dopoguerra – da Blaže Koneski a Gane Todorovski – la nuova generazione di poeti ha scelto una parola più diretta, visionaria e insieme intima, capace di fondere denuncia civile e introspezione personale.

In questo scenario, Mitko Gogov si distingue per la capacità di tradurre il disagio contemporaneo in un canto lucido e asciutto, dove la poesia diventa atto di resistenza morale. Il suo verso è essenziale ma vibrante di immagini: egli alterna riflessioni sull’uomo ad aperture cosmiche, unendo critica sociale e spiritualità disincantata.

 

La raccolta poetica di Mitko Gogov

Il titolo scelto da Gogov per la sua raccolta di poesie, „бог на ба(к)терии“, offre una chiave interpretativa forte e innovativa.

Letteralmente significa “Dio dei ba(c)teri”, ma il gioco grafico con la “к” tra parentesi crea un’ambiguità voluta:

бактерии = batteri → vita minima, invisibile, malattia, decomposizione

батерии (omettendo la “к”) = batterie → energia artificiale, tecnologia, dipendenza meccanica

In un solo titolo Gogov suggerisce che oggi il “divino” non abita più nei cieli, ma nelle microstrutture dell’esistenza: nei microrganismi che plasmano la vita e nei circuiti che alimentano la nostra sopravvivenza tecnologica.

È una dichiarazione poetica e filosofica potente: l’uomo contemporaneo è creatura e prigioniero di due forze invisibili — biologia e tecnologia —e forse Dio si è nascosto proprio lì.

 

“Pesni” – una voce tra disincanto e rivelazione

Le poesie raccolte sotto il titolo “Песни” (Canzoni) non sono canti melodici, ma canti di veglia, di consapevolezza e di dolore. La voce del poeta si leva come un testimone dell’epoca, ma senza rinunciare alla tenerezza del dettaglio umano.

Nel primo testo, l’autore si interroga sull’indifferenza quotidiana: “Vivete ancora secondo il motto: dammi il mio interesse – e ti darò il tuo?” È una domanda che smaschera la logica utilitaristica che domina le relazioni, invitando il lettore a riscoprire la forza dell’amore e della poesia come atti gratuiti.

Nel secondo componimento, la metafora della “mobilia dimenticata negli uffici della città” denuncia la disumanizzazione burocratica, l’appiattimento dell’individuo ridotto a numero. Gogov qui trasforma il linguaggio dell’amministrazione in simbolo poetico di alienazione.

La terza poesia, centrata sulla lettera R, è un piccolo capolavoro di invenzione linguistica: la lettera diventa metafora dell’esistenza, dell’incompletezza, del desiderio di nominare e di essere nominati. È un omaggio al potere della parola, ma anche al suo limite.

Nei testi successivi, il tono si fa profetico. Il poeta parla di “tre scimmie” cieche, sorde e mute — allegoria di un’umanità che ha perso la vista morale e la voce etica. Le sue immagini, a tratti bibliche, condensano l’angoscia planetaria del nostro tempo: guerre, virus, fame, ipocrisie, inquinamento, schiavitù nuove e antiche.

Nel settimo e ottavo componimento, il registro diventa più intimo e mistico: Gogov evoca la resurrezione personale e spirituale, un cammino difficile in un “universo senza scudo”, fino alla visione finale di un “moderno Gesù perduto nella galassia” — simbolo potente di una fede dispersa ma ancora cercata.

 

Conclusione

Le “Canzoni” di Mitko Gogov sono un mosaico di ferite e speranze. Ogni verso vibra come una denuncia e insieme come una preghiera laica.
Il poeta macedone restituisce alla parola la sua funzione primaria: quella di specchio e coscienza, di strumento per “scavare nella carne del mondo” e ritrovare, sotto le macerie, la dignità dell’uomo.

Con linguaggio sobrio, talvolta tagliente, Gogov costruisce una poesia di frontiera — tra silenzio e grido, tra intimità e cosmica solitudine — che risuona con forza nel panorama europeo contemporaneo.

Canzoni

1.

Dal fragore alla porta
mi congedo da una giornata gentile.
Come stai?

Vivi ancora secondo il motto:
“Dammi il mio interesse – e ti darò il tuo”?

Hai mai imparato che cosa sia l’amore?

Chi legge ancora poesia, oggi,
a parte chi cerca di fuggire dalla luna?

Nel buio non si vedono ombre.

 

2.

Piangiamo un colore come quello del viburno,
ci scortano via dalle radici e ci trasformano in corpi.

Siamo come mobili dimenticati
in uffici fuori città.

L’amministrazione, che pesa e misura,
vende i profili degli innocenti,
li calpesta e li chiama con numeri.

Il tuo numero è inesistente.

 

3.

Nel suo vivere c’era solo la lettera R.
Mai si separava da essa.
All’inizio era lei a creare le più belle parole,
poi lui cominciò a tagliarle via.

A volte apriva la finestra
solo per vedere come il verde saliva ai monti
e respirare ancora il profumo
di una sigaretta spenta.

Nel canale scorrevano non fiumi, ma vene.

Non chiedeva che la R fosse felice,
ma solo che potesse vedere
anche le altre lettere del suo desiderio.

 

4.

Siamo un popolo cieco agli occhi,
sordi alle orecchie, muti alla bocca.

Tre scimmie hanno fermato l’azione.

Guerre, sofferenza, terrori,
brutalità della polizia, virus,
armi nucleari, fame, orfani,
ingiustizie…
Quante parole spese,
e quante ferite aperte!

“L’uomo è l’unico essere vivo
con coscienza della propria rovina.”

 

5.

Miniere, veleni, inquinamento,
nuovi Auschwitz, nuovi dei –
nuove schiavitù.

Ipocrisia dello spirito.

Siamo fantasmi in una casa abbandonata,
ombre su campi aridi,
canali secchi,
mulini dimenticati.

Abbiamo strumenti raffinati
per scolpire il nostro vuoto.

Ci si addice di più una lapide lucida
che il fondamento di una vita tormentata.

 

6.

Dal crepaccio della piaga
nasce la conoscenza del silenzio.
Ti porto sulle spalle
oltre la morte del tuo passo.

Come cipolla custodisci
l’ultimo respiro del tuo essere.

Se ti colpiscono le maledizioni,
che almeno si infrangano sulla pelle delle vecchie serpi.

Dall’interno del cuore,
rimarranno sempre incise le iniziali del dolore.

 

7.

Al settimo giorno,
doveva aprirsi la finestra del cammino,
e sotto la pioggia del tuo silenzio
il tempo fermò i tuoi passi antichi
perché incontrassi i nuovi.

Tra le pieghe segrete del volto
portavi una foglia
con i nomi incisi dei tuoi peccati.

Dietro la vita improvvisata
stavi dritto su pali di ferro,
tenendo stretto ciò che era tuo.

Quel giorno non vennero
guide turistiche
a presentare le rovine del tuo cuore.

 

8.

Non cercare segni sulla via —
puoi trovarli tutti incrociati
in un solo simbolo del mondo.

Difficile è viaggiare in un universo senza scudo,
ancora più duro con una croce di metallo sulla schiena.

Un moderno Gesù
smarrito nella galassia.

Autore Associazione Culturale Meta
Categoria Cultura e Spettacolo
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