Evaristo Beccalossi non è stato solo un calciatore, è stato uno stato d'animo. Oggi che se n'è andato, il calcio perde quella sua vena folle, poetica e profondamente umana che ce lo faceva sentire come un amico di famiglia, uno di quelli che ti fa disperare ma che non smetteresti mai di abbracciare.

Era il genio della pioggia, l'uomo che sussurrava alla palla mentre il fango cercava di fermarlo. Vederlo giocare era come assistere a un numero di magia: sapevi che poteva sparire dalla partita per ottanta minuti, camminando a testa bassa con quel fare un po' malinconico, per poi accendersi all'improvviso e disegnare una traiettoria che solo gli dei del calcio potevano immaginare.

Ti volevamo bene, Evaristo, perché non eri perfetto. Eri uno di noi. C'era quel tuo modo di portarti dietro la classe cristallina dei piedi e la fragilità del cuore, capace di sbagliare due rigori in una notte europea e poi di farsi perdonare con un sorriso o una giocata da cinema.

Eri l'elogio della lentezza in un mondo che correva troppo forte, il sinistro che accarezzava il cuoio come se fosse seta.Il tuo calcio era fatto di finte col corpo, di sguardi altrove e di quella sfrontatezza tipica di chi sa che, in fondo, è tutto un gioco. Ci mancherà la tua ironia, quella parlata bresciana che sapeva di terra e di verità, e quella capacità tutta tua di raccontare il calcio come una ballata romantica, tra un dribbling e un ricordo.

Ora che hai smesso di dribblare tra noi, ci piace immaginarti lassù, su un campo perfetto, con la tua maglia numero dieci che sventola leggera. Chissà se piove anche lì, Evaristo. Se piove, siamo sicuri che starai già scartando tutti, col tuo passo dondolante e quel genio infinito che ci ha fatto innamorare. Grazie di tutto, Dito. Non ti dimenticheremo mai.