Tudor licenziato: lo ‘Stile Juve’ non abita più alla Continassa!
C’era una volta la Juventus che non tremava davanti alle prime difficoltà. Quella di Giampiero Boniperti e Giovanni Agnelli, di un calcio in cui il binomio “Stile Juventus” era inscindibile e aveva un peso specifico, non soltanto mediatico. Quella Juventus non avrebbe mai cambiato allenatore dopo otto giornate, non avrebbe inseguito la reazione emotiva o il consenso dell’opinione pubblica: avrebbe atteso, analizzato, difeso la propria scelta fino all’ultimo respiro. Ma quello, lo sappiamo, era tutto un altro calcio.
Oggi la Juventus è alla continua ricerca di se stessa. Igor Tudor paga il prezzo più alto: l’esonero, arrivato dopo la sconfitta con la Lazio, è la fotografia di una società che non riesce più ad azzeccarne una. Un pò come sta accadendo a Maranello con la Ferrari.
Otto giornate, un ottavo posto, tre punti dalla zona Champions: numeri che, in altre epoche, avrebbero invitato ad altre riflessioni e soprattutto a programmare in tempo utile squadra, dirigenza e allenatore, non al licenziamento. Ma quella era un'altra Juve!
Il croato, subentrato a Thiago Motta nella scorsa primavera, lascia un bilancio complessivamente onesto (10 vittorie, 8 pareggi, 6 sconfitte), ma insufficiente a far dimenticare le ultime settimane: cinque pareggi, tre sconfitte e un gioco che non decolla. Eppure, la sensazione è che la decisione non derivi soltanto dai risultati, quanto da un malessere più profondo, societario e culturale.
Damien Comolli, nuovo direttore generale, ha scelto la via più rapida: tagliare il cordone. Ma questa Juventus - commissariata nei sentimenti, orfana di carisma e identità - rischia di continuare a cambiare dirigenti e tecnici senza mai cambiare davvero se stessa. Lo spettro degli Agnelli, soprattutto quello dell'Avvocato, aleggia ancora sopra la Continassa, e John Elkann continua a fare i conti con un’eredità forse troppo pesante per lui: quella di una Juve che, giusta o sbagliata che fosse, aveva un cuore e un'anima.
Mercoledì contro l’Udinese in panchina ci sarà Massimo Brambilla, tecnico della Next Gen, simbolo di un’altra Juve, quella dei giovani, delle idee, forse della speranza. Ma anche questa è una scelta di transizione: un cerotto più che una cura. Il sogno di Comolli si chiama Luciano Spalletti, il tecnico che al Napoli aveva costruito un capolavoro e poi scelto di fermarsi da vincente per poi colare a picco con la Nazionale. Sullo sfondo, i nomi di Palladino, Mancini e Terzic: opzioni, suggestioni, tentativi di ricominciare.
Il punto, però, non è il nome dell’allenatore. È l’idea di Juventus.
Quella vera non si misurava con gli esoneri lampo o con le reazioni impulsive: si costruiva nel tempo, con la passione per il calcio e una cultura della vittoria che passava anche attraverso le sconfitte. Oggi quella Juventus non c'è più. E così, mentre i tifosi contestano e la dirigenza cerca un nuovo condottiero, resta una domanda sospesa nell’aria di Torino: cosa vuole davvero diventare la Juventus?
Forse, finché non risponderà a questa domanda, nessun allenatore potrà bastare.