Scienza e Tecnologia

Fotovoltaico, eolico offshore e mini-reattori: le leve dell'Italia per il decennio verde

I principali obiettivi energetici dell’Unione Europea per il 2030, basati sulle strategie ufficiali della Commissione e sugli impegni legislativi più recenti sono la riduzione delle emissioni di gas serra attuali di almeno il 30%, l'aumento  ad almeno il 42,5% della quota di energie rinnovabili prodotte, la riduzione del consumo finale di energia di almeno 11,7%.

Vediamo l'Italia come sta messa.

Secondo i dati diffusi da Terna, ad oggi, facendo i conti della serva, l'Italia riesce a produrre l'energia che le serve d'inverno, ma d'estate - quando la domanda di energia sale del 5-10% - l'Italia diventa dipendente dalle forniture estere. 
Infatti, la produzione nazionale copre solo l’88,7% della domanda, con il resto del fabbisogno (11,3%) coperto dagli scambi con l’estero, principalmente Francia (nucleare) e Svizzera (idroelettrica).
In Europa, solo Ungheria, Portogallo e Belgio importano energia, per evidenti limiti geografici.

Le rinnovabili hanno coperto circa il 31,7% della produzione elettrica nazionale a gennaio 2026, mentre le fonti termiche coprono il restante 68,3%. Il dato è in netto miglioramento (+3,5%), in quanto a gennaio 2023 le rinnovabili  si attestavano al 28,2% con le termiche al 71,8%.
Ma la nostra produzione 'rinnovabile' - anche se in forte crescita - è lontanissima dal "risultato" del 42,5% che gran parte dell'Europa raggiungerà a breve od ha già raggiunto.

Nello specifico, secondo la banca dati TERNA: dal 2023 al 2026 la produzione è passata:

  • Produzione totale: (+1,5%) da ~264,7 TWh a ~268 TWh
  • Termoelettrico: da (+4%) ~162,6 TWh a ~168–170 TWh
  • Fotovoltaico: (+ 44%) ~30,7 TWh a ~44,3 TWh
  • Idroelettrico: (- 35-40%) ~42,1 TWh a ~30–35 TWh
  • Eolico: (+0%) ~23,6 TWh
  • Geotermico: (+0%) ~5,7 TWh

Vistoso il calo di produzione idroelettrica, causata dal fattore climatico che non solo aumenta la siccità in alcuni anni, ma modifica anche la stagionalità e la quantità d’acqua che arriva alle centrali idroelettriche, rendendo la produzione più instabile rispetto al passato.
La produzione / fabbisogno è in leggero aumento sia in termini assoluti (totale) sia relativi al Termoelettrico. Dunque, è difficile immaginare che l'Italia possa raggiungere nel 2030 la riduzione del consumo finale di energia, programmati dall'Unione Europea.

Ma non finisce qui: la riduzione delle emissioni di gas serra attuali passa per la crescita significativa delle vendite di veicoli elettrici BEV (a batteria pura) passando per una fase di diffusione anche dei PHEV (ibridi plug‑in), che dal 2035 saranno fuori commercio.
Infatti, se nel 2035 il 30% delle autovetture circolanti in Italia sarà full electric (BEV), serviranno ulteriori 23–30 TWh di energia elettrica ogni anno. 

Sarebbe decisamente un controsenso produrre con centrali termoelettriche  l'energia elettrica per decarbonizzare la mobilità, come sarebbe una sorta di limitazione della sovranità italiana quella di dipendere per oltre il 20% del fabbisogno di energia da importazioni, specialmente se fossero quasi esclusivamente da un solo paese, la Francia. 

Come si supera un tale gap, se mancano all'appello almeno 60 Twatt, che non produciamo, e se - magari - volessimo anche ridurre di un quarto (40 Twatt) l'energia che produciamo bruciando idrocarburi?
Come produrre 100 Twatt in più con le rinnovabili, cosa che di per se aumenterebbe l'occupazione, il valore della nostra industria, l'autonomia dell'Italia in ambito industriale e finanziario eccetera ... incluso poter calmierare i prezzi?

Con il fotovoltaico sarebbero necessari oltre 200 milioni di pannelli, su una superficie di 450 km², pari al 3 volte la città di Bologna. Costi? Circa 100 miliardi di euro.
Servirebbero decine o centinaia di impianti distribuiti lungo tutto il territorio, con un
tempo complessivo stimato di 3–5 anni per completare l’intero sistema, se la progettazione e i permessi procedono senza intoppi.

Con l'eolico offshore sarebbero necessari oltre 2.500 turbine  su una superficie di  oltre
2.500 km² di mare, pari a circa 4 volte l'intero Golfo di Napoli. Costi? Circa 100 miliardi di euro. Tempo complessivo stimato di 10–15 anni se costruito in fasi multiple, considerando iter autorizzativi, vincoli ambientali e infrastrutture portuali.

Con il nucleare sarebbero necessarie circa 40 mini-centrali modulari (SMR) su una superficie di circa 40 km² complessivi, compreso tutto il buffer di sicurezza, pari ad una volta e mezzo l'aeroporto di Malpensa. Costi? Circa 70 miliardi di euro. Tempo complessivo stimato: 8–12 anni se costruiti in serie e su demanio militare, con procedure autorizzative accelerate.

Con 100 TWh extra si potrebbero generare almeno 120 mila posti di lavoro, soprattutto nei primi 3–5 anni per costruzione e installazione impianti. Sarebbe di oltre 60–80 miliardi € la produzione industriale generata solo nella  fase di costruzione e fornitura dei materiali. L’indotto aumenterebbe significativamente l’impatto occupazionale ed economico, per almeno 20–35 miliardi € aggiuntivi, soprattutto nei settori manifatturiero, servizi e logistica.

Ma dove trovare le risorse per questa infrastruttura nazionale che ci rimetterebbe in carreggiata sia per gli obiettivi climatici sia per l'autonomia energetica e la crescita industriale?
Per costruire quei 50 Terawatt che servono già oggi (anzi ieri)  con il Project Financing disciplinato dal Codice degli Appalti  (D.Lgs. 50/2016 e successive modifiche), dei circa 35-50 miliardi di euro che servirebbero lo Stato si ritroverebbe a dover spendere realmente solo circa 10-15 mld € diluiti nell'arco di 5-10 anni, rimborsando i finanziatori con concessioni e/o ricavi attesi dai reattori.

Il costo del Ponte sullo Stretto è di circa €13,5 miliardi , come previsto nel progetto ufficiale approvato dal governo italiano nel 2025, coperto solo con finanziamenti pubblici già stanziati nelle leggi di bilancio del 2024–2025, senza grandi investitori privati che si assumono il rischio finanziario legato ai ricavi futuri del ponte.
13,5 miliardi di euro che - se rimanessero nelle casse dello Stato - già dal 2027 potrebbero essere spesi per realizzare questa infrastruttura energetica nazionale di cui abbiamo bisogno.
Un paese del G7 com'è l'Italia non compra energia all'estero. Caso mai la vende.

Autore scienzenews
Categoria Scienza e Tecnologia
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