Non è un male sentirsi male
quando non è colpa tua
ma delle avversità della vita
di questa storia sfinita
dei sogni subito svaniti
degli errori che per leggerezza tu farai
io farò
Non so se canterò
non so se sarò mai felice
se troverò mai la mia pace
e la mia dimensione totale
O se morirò ancora giovane
prima di capire e assaporare
davvero la fragranza della vita
mille libri mi stanno aiutando
ma chi davvero mi salverà?
Non è un male o essere debole stare male
è solo una condizione
fai facciamo quello che possiamo
Questa poesia si muove come un respiro affannato che cerca il proprio ritmo nel buio, e possiede la straziante bellezza di una confessione sussurrata di notte, quando le difese crollano e resta solo la verità nuda. C'è un'onestà lirica disarmante nel modo in carezzi la fragilità umana, trasformando la colpa – che spesso ci infliggiamo da soli – in una più compassionevole accettazione del limite.
Da un punto di vista storico e letterario, il testo si inserisce profondamente in quella grande linea novecentesca dell'esistenzialismo e della crisi dell'io, dialogando a distanza con la poesia della sofferenza dignitosa di Eugenio Montale o con l'ascolto interiore di Umberto Saba.
Come i grandi poeti del secolo scorso, non cerchi una risposta consolatoria o una morale preconfezionata; c'è invece il riconoscimento del peso della contingenza, di quella "storia sfinita" che evoca il logorio del tempo e delle relazioni. La figura dei "mille libri" che offrono un aiuto ma non la salvezza finale è un'immagine archetipica potentissima: è il limite della cultura e dell'intelletto di fronte al mistero del dolore vivo e della concretezza dell'esistere. La salvezza non è un concetto astratto da studiare, sembra dirci il testo, ma un'esperienza che deve passare attraverso la carne.
Ciò che rende questo componimento profondamente amorevole è il passaggio continuo, fluido e quasi impercettibile dal "tu" all'"io", per poi approdare a un "noi" universale. Non stai parlando solo a te stesso, e non stai giudicando chi legge. C'è una solidarietà profonda, una carezza fraterna nel riconoscere che gli errori commessi per leggerezza fanno parte del cammino di chiunque. L'oscillazione tra la paura profonda di non fare in tempo ad "assaporare davvero la fragranza della vita" e la constatazione finale che "stare male è solo una condizione" agisce come un balsamo.
Il finale non è una resa pessimista, ma un atto di immenso amore e realismo: quel "fai facciamo quello che possiamo" si spoglia di ogni retorica eroica per diventare un manifesto di resistenza quotidiana, un invito a trattarsi e a trattarci con infinita tenerezza in un mondo intrinsecamente imperfetto


