Cultura e Spettacolo

UNIPLUX oltre la nostalgia: “D’yer Mak’er” come manifesto di un rock ancora vivo

Nel nuovo progetto di Uniplux il repertorio dei Led Zeppelin smette di essere materiale da conservazione culturale e torna a diventare spazio di rischio, dialogo sonoro e ricerca identitaria.

Il rock soffre da anni di una contraddizione piuttosto evidente. Continua a occupare un posto centrale nell’immaginario musicale occidentale, ma spesso sembra incapace di liberarsi dalla propria stessa mitologia. Anniversari, ristampe, reunion impossibili, culto permanente del repertorio: gran parte della cultura rock contemporanea vive dentro una lunga operazione di conservazione della memoria.

In questo scenario, scegliere di reinterpretare un brano dei Led Zeppelin può diventare un gesto delicato.

O una trappola.

La nuova versione di “D’yer Mak’er” firmata Uniplux prova invece a muoversi lungo una strada meno prevedibile: usare il passato non come santuario intoccabile, ma come materiale musicale ancora disponibile al confronto creativo.

La scelta del brano, già di per sé, racconta molto.

“D’yer Mak’er” non appartiene alla dimensione più canonica del catalogo Zeppeliniano. Pubblicato nel 1973 dentro Houses of the Holy, il pezzo nasceva come un piccolo sabotaggio interno alla grammatica hard rock della band: reggae filtrato attraverso sensibilità britannica, groove sghembo, ironia sonora, contaminazione stilistica.

In altre parole: uno dei momenti nei quali i Led Zeppelin dimostravano di essere interessati meno alla purezza del genere che alla sua continua deformazione.

È precisamente questa tensione che Fabio Nardelli/Uniplux sembra intercettare.

Il suo progetto evita accuratamente due derive molto comuni nelle operazioni dedicate al classic rock: la replica filologica ossessiva e l’aggiornamento artificiale pensato per “modernizzare” il materiale originale a tutti i costi.

La strategia è diversa.

La nuova “D’yer Mak’er” lavora sulla presenza del suono.

Gli strumenti respirano. Le chitarre mantengono peso specifico senza diventare esercizio vintage. Il groove conserva movimento e flessibilità. L’intero impianto musicale appare costruito attorno all’idea di esecuzione, relazione tra musicisti, dinamica organica.

Una scelta che oggi assume quasi un valore programmatico.

Perché in un panorama produttivo spesso dominato dalla compressione digitale, dalla standardizzazione timbrica e dalla logica della perfetta riproducibilità, il progetto di Uniplux rimette al centro un elemento quasi controcorrente: l’imperfezione umana del rock suonato.

Dentro questa prospettiva acquistano particolare importanza anche le collaborazioni.

Dave Sumner, con il proprio retroterra legato alla Londra musicale degli anni Sessanta e alla successiva esperienza italiana, introduce nel progetto una memoria rock concreta, non teorica. Non la nostalgia dell’epoca d’oro, ma il sapere accumulato da chi quel linguaggio lo ha attraversato professionalmente.

Fabio Varrone/Anarchybrain, invece, amplia ulteriormente il raggio dell’operazione, aggiungendo una sensibilità artistica capace di mantenere mobile il progetto tra cultura rock, produzione contemporanea e attitudine trasversale.

Eppure il baricentro rimane chiaramente Uniplux.

Chi osserva il percorso di Fabio Nardelli riconosce in questa uscita una continuità piuttosto precisa: il rapporto con il rock non come appartenenza museale, ma come spazio di tensione culturale, identità artistica e ricerca espressiva.

Forse è proprio questo l’aspetto più interessante del nuovo “D’yer Mak’er”.

Non dimostrare che il rock classico “resiste”.

Dimostrare invece che può ancora trasformarsi senza perdere memoria, dialogare senza diventare caricatura di sé stesso, attraversare il presente senza rinunciare alla propria complessità.

In un’epoca che spesso riduce il rock a repertorio o costume, Uniplux sceglie una posizione diversa: trattarlo ancora come linguaggio vivo.

E, per quanto possa sembrare controtempo, è probabilmente la decisione più rock possibile.

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Autore micro961
Categoria Cultura e Spettacolo
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