Politica

La rincorsa all'estrema destra che rischia di cambiare l'Italia


C'è un confine che la politica italiana sembra attraversare ogni giorno con sempre maggiore naturalezza. Non è quello geografico dei flussi migratori, ma quello culturale che separa una destra di governo che pretende di presentarsi come conservatrice da una destra che sceglie di costruire il proprio consenso facendo leva sulla paura, sull'individuazione di un nemico e sulla progressiva normalizzazione di un linguaggio sempre più radicale, addirittura neofascista!

L'ascesa nei sondaggi del nuovo movimento politico di Roberto Vannacci rappresenta molto più della crescita di un singolo leader. È il sintomo di uno spostamento dell'intero asse politico. Da mesi l'ex generale propone un'agenda fondata su nazionalismo identitario, contrapposizione culturale e una concezione della società che numerosi osservatori e storici hanno accostato, per linguaggio e impostazione, a elementi della tradizione dell'estrema destra italiana, con evidenti richiami al  ventennio, tanto che in una trasmissione tv il giornalista Antonio Padellaro ha ironicamente osservato che nel programma di Futuro Nazionale vi mancava solo la riapertura delle case di tolleranza.

Che si condivida o meno questa lettura, è difficile negare l'effetto politico prodotto: il centrodestra sembra rincorrere quei temi invece di contrastarli.

La dinamica appare evidente proprio nel momento in cui i sondaggi mostrano una perdita di consenso dei partiti di governo e, in particolare, una flessione anche di Fratelli d'Italia. Invece di interrogarsi sulle difficoltà economiche delle famiglie, sul potere d'acquisto che diminuisce, sulla sanità pubblica in sofferenza, sui salari fermi da decenni o sulla fuga dei giovani, il dibattito torna ancora una volta a concentrarsi sull'immigrazione.

Il migrante rappresenta infatti il bersaglio ideale della propaganda. Non partecipa al voto, non dispone di strumenti politici per difendersi e difficilmente riesce a far sentire la propria voce nel dibattito pubblico. Diventa così il protagonista involontario di campagne costruite sulla promessa della fermezza, della chiusura delle frontiere, della tolleranza zero.

È un meccanismo che la politica conosce da sempre: individuare un problema reale, trasformarlo nel principale problema nazionale e costruire consenso attorno alla promessa di una soluzione semplice. Funziona perché parla alle paure. Molto meno perché affronti davvero la complessità del fenomeno migratorio.

Negli anni Matteo Salvini ha fatto di questo schema il cuore della propria comunicazione. Oggi anche Giorgia Meloni ne raccoglie pienamente l'eredità, rivendicando orgogliosamente come un successo la nuova impostazione europea sull'immigrazione.

La presidente del Consiglio ha dichiarato che l'Europa sta finalmente seguendo la linea indicata dall'Italia, sottolineando la necessità di contrastare i trafficanti, difendere i confini e governare i flussi migratori "con responsabilità e umanità, ma anche intransigenza".

Il contrasto ai trafficanti di esseri umani è un obiettivo che difficilmente può essere contestato. Diverso è il giudizio sulle modalità con cui si intende gestire chi arriva in Europa... e dove stia l'umanità è impossibile stabilirlo, al contarrio invece della più bieca e sordida disumanità.

La possibilità di trasferire persone migranti verso Paesi terzi extra Unione europea rappresenta infatti uno dei cambiamenti più significativi della politica migratoria europea degli ultimi anni. Per il Governo è la dimostrazione che l'Europa ha finalmente imboccato la strada giusta. Per molte organizzazioni internazionali, giuristi e associazioni per i diritti umani è invece una scelta che apre interrogativi profondi sulla tutela effettiva delle persone coinvolte, sul rispetto del diritto d'asilo e sulle garanzie offerte da Stati che potrebbero non assicurare standard equivalenti a quelli europei.

La domanda, allora, è inevitabile: una volta allontanati dall'Italia, quale sarà realmente il destino di questi uomini, donne e bambini? Chi controllerà il rispetto dei loro diritti? Chi risponderà di eventuali violazioni? Ma per Meloni questo non sembra essere un problema, nonostante diventi di fatto una trafficante di esseri umani, seppur legalizzata da una decisione del Parlamento UE (approvata con l'appoggio di foze neonaziste come AfD) in totale contrasto con i principi fondativi dell'Ue.

Il rischio più grande, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda il modo in cui cambia una democrazia.

Quando ogni partito rincorre il linguaggio del più radicale, il risultato non è una maggiore moderazione dell'estrema destra, ma una maggiore radicalizzazione del dibattito pubblico. Ciò che fino a pochi anni fa appariva eccezionale diventa ordinario. Ciò che sembrava inaccettabile entra lentamente nel lessico quotidiano della politica. La cosiddetta "finestra di Overton" si sposta, e con essa si spostano anche i confini di ciò che viene percepito come normale.

La storia europea insegna che i sistemi democratici raramente cambiano all'improvviso. Più spesso mutano poco alla volta, attraverso l'abitudine. Ci si abitua a parole sempre più dure. Ci si abitua a individuare categorie di persone come problema anziché come esseri umani. Ci si abitua a considerare alcune garanzie fondamentali come ostacoli anziché come pilastri dello Stato di diritto.

È proprio questa assuefazione a dover preoccupare.

Difendere i confini è una prerogativa legittima di qualsiasi Stato. Combattere i trafficanti è un dovere. Governare l'immigrazione è necessario. Ma una democrazia si misura soprattutto da come esercita questi poteri senza rinunciare ai principi che la definiscono.

Perché la sicurezza può essere una politica. La paura, invece, non dovrebbe mai diventare un programma di governo... ma i partiti di estrema destra, compresi anche quelli di governo come FdI e Lega, la pensano diversamente.

Autore Federico Mattei
Categoria Politica
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