Groenlandia, dazi e ricatti: l'Europa smette di subire il bullismo di Trump
Questa volta l'Unione europea ha deciso di non incassare in silenzio. Di fronte alle nuove minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, Bruxelles cambia passo: niente resa preventiva, niente appeasement automatico. La risposta non è ancora il “bazooka” commerciale, ma è comunque una svolta politica chiara.
Il presidente americano ha annunciato l'imposizione di un dazio del 10% a partire dal 1° febbraio sulle merci provenienti dagli otto Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. Se entro giugno non si arriverà a un'intesa con Washington, la tariffa salirà al 25%. L'obiettivo, dichiarato senza troppi giri di parole, è fare pressione sull'Europa per consentire agli Stati Uniti di “comprarsi” la Groenlandia. Un'ipotesi respinta dai diretti interessati: i groenlandesi non hanno alcuna intenzione di vendere il proprio territorio.
Lo stop del Parlamento europeo
La prima risposta concreta è arrivata dal Parlamento europeo. L'Eurocamera ha deciso di sospendere l'accordo commerciale con gli Stati Uniti firmato la scorsa estate in Scozia, rinviando il via libera ai regolamenti attuativi. L'annuncio è stato dato a Strasburgo dal presidente della commissione commercio internazionale, Bernd Lange, ufficializzando una decisione condivisa da popolari, socialisti, verdi e liberali.
È il primo atto di rappresaglia contro le minacce di Trump. Secondo Lange, con l'annuncio dei nuovi dazi «Donald Trump ha rotto» il patto di luglio. Manfred Weber, presidente del Ppe, è stato ancora più esplicito: Washington sta usando i dazi come strumento di pressione politica per forzare la cessione della Groenlandia. Un atto che rappresenta «un vero e proprio attacco alla sovranità economica e territoriale dell'Unione europea».
Accordo congelato, contromisure pronte
L'accordo Usa-Ue prevedeva un dazio generalizzato del 15% sulle merci europee esportate negli Stati Uniti, in cambio di una maggiore apertura del mercato europeo ai prodotti agroalimentari americani e di impegni – non vincolanti – su acquisti di petrolio, gas naturale liquefatto e investimenti negli Usa. Un'intesa già giudicata squilibrata da molti osservatori.
Con la sospensione decisa dall'Europarlamento, l'iter è bloccato a tempo indeterminato. Restano congelati due regolamenti che avrebbero abolito le tariffe su numerosi beni industriali statunitensi e facilitato l'accesso al mercato europeo per diversi prodotti agricoli. Il valore complessivo delle contromisure potenziali arriva a 93 miliardi di euro.
Una decisione definitiva arriverà dopo il 1° febbraio. Se Trump confermerà i dazi, Bruxelles potrebbe far scattare le tariffe sui prodotti americani già pronte da mesi. Sul tavolo, sempre più apertamente, c'è anche l'uso dello strumento anti-coercizione: il cosiddetto “bazooka” europeo, pensato proprio per rispondere a Paesi terzi che usano il commercio come arma politica.
La paura di un ricatto più ampio
Sul fondo resta un timore strategico: che Trump utilizzi l'Ucraina come merce di scambio, legando il sostegno militare e politico a concessioni europee su altri fronti. Un rischio che mette a nudo il prezzo pagato negli anni per l'assenza di una difesa europea autonoma.
Ma c'è anche una lettura più politica: Trump non sta mostrando forza, bensì debolezza. È in difficoltà nei sondaggi e sa che una sconfitta alle elezioni di midterm potrebbe portarlo a un nuovo impeachment per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021. I dazi diventano così uno strumento di propaganda interna, non una strategia coerente.
Fine dell'illusione di una politica di conciliazione
Negli ultimi mesi si è fatta strada una convinzione sempre più diffusa a Bruxelles: non rispondere equivale a invitare a nuove aggressioni. L'accordo di luglio, firmato su un campo da golf scozzese, era iniquo ma era stato giustificato come prezzo da pagare per la “pace transatlantica” e per l'impegno americano sull'Ucraina. Un'illusione durata pochissimo.
Trump ha subito riallacciato rapporti con Putin e ora torna a minacciare nuovi dazi. La conclusione, per molti leader europei, è semplice: l'unica ricetta che funziona è la fermezza. Trump è un bullo e va trattato come tale. I costi dell'appeasement, alla lunga, sono sempre più alti di quelli dello scontro controllato.
Macron guida la linea dura, Berlino cambia tono
Il primo a spingere apertamente per una risposta muscolare è stato Emmanuel Macron, favorevole all'uso del bazooka Ue, che può essere attivato a maggioranza qualificata senza l'unanimità dei 27. Anche la Germania appare meno disposta a cedere rispetto all'estate scorsa, quando il cancelliere Merz aveva accettato i dazi al 15% senza reali contropartite.
Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil lo ha detto chiaramente: Berlino e i suoi partner non si lasceranno ricattare. Una posizione che segna un cambio di clima significativo nella capitale tedesca.
Meloni prende le distanze
Anche Giorgia Meloni, finora considerata tra i leader più indulgenti verso Trump, ne ha timidamente preso le distanze. Ha definito «un errore» l'aumento dei dazi contro i Paesi impegnati nella sicurezza della Groenlandia e ha detto di non condividerlo, riferendo di averlo fatto presente direttamente al presidente americano.
Meloni insiste sul ruolo della Nato e sulla necessità di leggere la presenza militare europea in Groenlandia come deterrenza verso Cina e Russia, non come una sfida agli Stati Uniti. Ma resta il dato politico: Trump ha più volte espresso, in modo inequivocabile, l'intenzione di prendersi la Groenlandia «con le buone o con le cattive».
Un precedente che spaventa l'Est Europa
Dall'Europa orientale arriva l'allarme più netto. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski parla di una «situazione che fa paura» e richiama la storia delle spartizioni subite dal suo Paese. Un mondo in cui i più forti possono prendersi territori altrui impunemente è un mondo instabile, dove la sicurezza di tutti è a rischio.
“Gli Usa non sono più alleati”
La conclusione più dura arriva da Valérie Hayer, presidente del gruppo Renew Europe: sotto Trump, dice, gli Stati Uniti «non sono più nostri alleati». L'Europa deve prenderne atto e passare dalla dipendenza alla deterrenza.
Il messaggio complessivo è chiaro: qualcosa si è rotto in modo irreversibile. E questa volta, almeno, Bruxelles sembra aver capito che far finta di niente non è più un'opzione.