La "lobby gay" (anche detta come "gay mafia") è una teoria complottista secondo la quale esisterebbero dei gruppi di pressione (lobbisti) che avrebbero come fine quello di distruggere la famiglia, cancellare le differenze fra uomini e donne, creare una sessualità fluida, educare e plagiare i bambini in un mondo stravolto nelle sue leggi naturali e morali e piegato ai capricci di una minoranza (la cosiddetta "agenda gay").
Nell'ambito di un'indagine della Procura di Roma. è emerso che in alcune chat private tra il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e l'imprenditrice Maria Rosaria Boccia, si parlava dell'esistenza di una presunta "lobby gay di destra che tirerebbe i fili dell'informazione".
La definizione "lobby gay" nacque alla fine del 1967, quando il critico inglese Kenneth Tynan si vide respingere da Playboy un articolo che parlava della "mafia omosessuale" presente nelle arti.
Il termine "mafia gay" venne poi utilizzato dal New York Post e altri media statunitensi, come dal britannico Sun negli anni '80 e '90, relativamente al presunto predominio degli uomini gay nel governo dei partiti progressisti, ma si trattò di casi occasionali, quasi sempre stigmatizzati dallo stesso editore.
Nelle democrazie anglosassoni, espressioni come "gay lobby" o "gay mafia" già allora erano considerate discriminatorie e offensive, finalizzate a deumanizzare la comunità o suggerire un'agenda segreta sovversiva.
Infatti, arrivati ai giorni nostri, in Europa come in USA l'uso del termine "gay lobby" o "gay mafia" è spesso associato a movimenti di estrema destra o neonazisti (come il Movimento di Resistenza Nordica in Svezia) ed è considerato insultante.
E in Italia?
Il termine sbarcò nel Bel Paese nel 2013, quando Papa Francesco parlò di una "lobby gay" all'interno del Vaticano, precisando - però - che il problema non fosse avere questo orientamento. Il problema è il lobbying nella Chiesa.
Dunque, tutt'altra accezione, nessun sdoganamento e condanna papale per le lobbies.
Poi fu il turno di Luca Barbareschi nel 2022, durante un intervento pubblico a Sutri, dove si trovava insieme a Vittorio Sgarbi, quando affermò che il vero problema oggi non è l'essere omosessuale, ma la "mafia dei gay, delle lesbiche" (anzi "mafia dei froci"), che nel mondo dello spettacolo favorirebbe determinate persone in base al loro orientamento sessuale anziché al merito.
Le reazioni non si fecero attendere, ma non come ci si aspetterebbe in un paese occidentale.
Lazio Pride non mancò di definire le parole "inaccettabili", Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) definì le esternazioni "farneticanti", Fabrizio Marrazzo (portavoce del Partito Gay) chiese un intervento deciso delle istituzioni contro quello che ha definito un linguaggio violento e discriminatorio, Associazione Amleta difense la dignità delle lavoratrici dello spettacolo, Monica Cirinnà (PD) definì il discorso di Barbareschi come "le parole dell'odio", Alessandro Zan (PD) sottolineò come l'uso del termine "mafia" applicato a una minoranza discriminata serva solo a ribaltare la realtà e alimentare l'odio,
Ma lo scandalo verteva sull'uso della parola "mafia", non per l'affermare l'esistenza di una "gay lobby", che - non dimentichiamolo - in tutto il mondo occidentale è una espressione usata solo da chi è di destra ed è considerata offensiva e complottista .
E Ranucci?
L'uso di una espressione (lobby gay) di solito fortemente contestata dai movimenti per i diritti civili, in questa occasione non ha sollevato la consueta indignazione ed il fatto è stato usato per minimizzare l'accusa di "lobbying occulto", come fosse un'arma retorica da diverse parti politiche, a seconda dell'interlocutore da colpire.
Dunque, sorge un enorme ma semplice quesito.
Sigfrido Ranucci, giornalista di Stato e idolo della folla mediatica, è convinto davvero che esista una lobby gay oppure ha usato un'arma retorica?
Fa una bella differenza ... quella che c'è tra un giornalista che svela un complotto ed un politico che propaganda l'idea di un complotto.

